Cultura/1

di Giuseppe La Barbera – giornalista e scrittore

VIAGGIATORI STRANIERI IN SICILIA

HOFMANNSTHAL E HOMMEL. UN TRIANGOLO NELL’AZZURRO DEL MARE

«Un triangolo nell’azzurro mare sul quale ci libriamo come fantasmi, ciascun lato rivolto a un mondo diverso, esteso come per prodigio nello spazio e nel tempo e che pure il nostro sguardo riesce a dominare». Così apparve la Sicilia nel 1924 a Hugo von Hofmannsthal (1874-1929), poeta e drammaturgo austriaco, interprete della cultura viennese, assieme al giovane amico svizzero Carl Jacob Burckhardt (1891-1974), diplomatico e docente di storia moderna nelle università di Zurigo e Ginevra.

«Su quest’isola passano inavvertiti, quasi senza lasciare traccia, i secoli» – racconta in un suo breve ma intenso testo dal titolo Sizilien und wir del 1925 – e ricordando Goethe «mai il suo spirito fu in più superbo equilibrio tra l’assoluto e il relativo che nel momento in cui pose il piede su questa felice terra inondata di luce». Con la sua prosa sottile e raffinata, ricca di suggestive eleganze formali e di nostalgiche musicalità, investigò tra i templi diruti, in quelle civiltà classiche. «Planisfero mirabilmente disposto – scrisse – dai limpidi confini, che si chiude ad occidente con le colonne d’Ercole e a oriente col saluto delle terre degli Ebrei, di Persia, d’Arabia; dentro questo cerchio, il fluire precipitoso della vita, come la cupola del cielo alta e luminosa sulle acque senza tempo». In essa tre mondi profondamente diversi lo chiamavano e non sapeva resistere ai loro appelli. «L’onda greca si spegne sulla spiaggia ionica della costa orientale, la luce della Grecia si posa su Siracusa e Girgenti (ma non ancora su Palermo e Messina), sulle rovine dei templi, tra nomi eterni di regioni e di città; ma non solo su di essi: anche là dove non è restato nulla, o meno che nulla, nude pietre, nei luoghi di ciò che fu, anche là essa penetra a forza nel profondo dell’animo».

Nella sua produzione letteraria coniugò neoromanticismo e simbolismo, e dall’elegante ed esclusiva Vienna rimase sopraffatto dalla suprema classicità respirata in Sicilia. «Dal sud vengono gli effluvi dell’Africa e penetrano profondamente in noi – esclamò – e a un’ora di cammino da Palermo, alle pendici del monte su cui Amilcare pose gli accampamenti, vi è una solitudine di giardini che potrebbe avvolgere il palazzo abbandonato di un sultano a Tunisi, o più lontano ancora, a Meknès. Due volte quel mondo si è spinto in qua: prima come fenicio-punico, poi come saraceno; tra l’uno e l’altro si stende il millennio romano. Ma laddove ne restano tracce, nelle piante, nei volti, nella lingua, essi si riuniscono e si rafforzano, divengono presenza fisica reale, rivendicano il diritto di rivivere in noi; e allora siamo sopraffatti dai nomi: Annibale e Amilcare si intrecciano con Enrico, Federico, Manfredi, il nome tedesco si mescola a quello greco. Quale incontro grandioso! Se poi volgiamo lo sguardo a ponente, al di là del Tirreno, al di là delle colonne d’Ercole intravvediamo l’occidente sconfinato, l’immenso, antichissimo Atlantico carico di futuro».

Il testo di Hofmannsthal fu ripreso nel 1926 dal fotografo di Stoccarda Paul Hommel (1880-1957), che pubblicò splendide e raffinate foto, dai delicati chiaroscuri, alla costante ricerca di purezza nelle forme e nelle composizioni, scattate con macchina Contessa Nettel-Camera e lenti Zeiss, in Sizilien Landschaft und kunstdenkmäler, stampato a Monaco. «L’apparecchio del fotografo – scrisse – usato con abilità e talento, inquadra oggetti splendidi o, più ancora, vasti panorami degni di Claudio Lorenese, lascia dietro di sé gli umili acquarelli del Settecento e dell’Ottocento, afferra immagini che accendono prodigiosamente il ricordo dei sensi – e non solo dei sensi, perché in un attimo questi orizzonti hanno dato per sempre al nostro spirito luce e grandezza che non è dato sapere in quale oscura ora di ansia potranno esserci di aiuto».

Belle foto, paesaggi e monumenti classici e d’arte, vicoli e portici, colonnati e rovine, tramonti e scorci di vita quotidiana. «Qui una cittadina si arrampica su una collina di ulivi, cinta di rovine. Là il tempio di Segesta si innalza nella vallata solitaria. Nella baia si scorge una torre di guardia normanna, una fontana saracena».

Hofmannsthal e Hommel si affidarono alla vista, il meno corporeo dei sensi, guardarono all’interno e all’esterno di loro, scoprirono «orizzonti reali, indefiniti e perfettamente limpidi: i loro confini sembravano perdersi nel tempo più che nello spazio; pensieri senza fondo, ma incorrotti e veri. L’interno e l’esterno si univano in piena armonia. Lo sguardo ci dava vita e la nostra presenza era quella degli immortali». Percepirono «una drammaticità in quest’isola che non ha eguale in alcun luogo del mondo. Qui approda Platone. Qui combatte il cartaginese. Qui il bizantino costruisce. Qui lo svevo dorme, sotto volte, in una tomba di porfido. Qui Goethe cavalca su un sentiero lungo il mare. Qui Platen esala l’ultimo respiro».

Furono brevi i soggiorni in Sicilia del poeta austriaco e del fotografo tedesco, ma «questa luce indicibilmente felice» li indusse a un raccoglimento solenne dove, come in una valle, “confluivano i fiumi del tempo e dello spazio”.  Così, ciò che si portarono dentro di sé furono «vasti affreschi, meravigliosi prometeici orizzonti sui quali il nostro animo getta una verità che è eroica e sconfinata. Quel che di più dolce e grandioso il nostro occhio vide è quasi ineffabile: una compattezza che si dissolve nei profumi più soavi, le infinite sfumature del mare».