Inizia l’anno di preparazione per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri

di Bianca Garavelli – narratrice e critico letterario

 

Il capolavoro di un grande scrittore diventa il simbolo della sua stessa vita e lo rende immortale. E per Dante, come tutti sanno, quest’opera è la Commedia, diventata Divina per intervento di Giovanni Boccaccio, grande ammiratore del poeta fiorentino, che aggiunse questo aggettivo in riferimento al tema centrale, il viaggio verso Dio, e alla perfezione dei versi. Ma per arrivare al «poema sacro», come lo definì l’autore stesso in un verso del Paradiso, il poeta superò alcuni passaggi che agirono di riflesso sulla sua opera. Passaggi che non tutti conoscono, o ricordano. Lo stesso capolavoro è ormai così lontano dal nostro modo di pensare, e di parlare, che si studia a scuola con difficoltà sempre maggiore, e qualcuno chiama addirittura “traduzioni” le parafrasi, le trasformazioni in una prosa attuale dell’italiano antico in cui sono composte le terzine.

Eppure, Dante dà prova di essere ancora un personaggio affascinante, con la sua stessa biografia dalle vicende intricate e a volte avventurose, con i suoi amori che suscitano stupore negli studenti (una domanda classica: ma perché non ha sposato Beatrice?). E, soprattutto, offre ancora aree di scoperta e di meraviglia che ce lo rendono più vicino, oltre che più comprensibile. Dopo settecento anni, si mostra giovane ogni volta che lo si rilegge.

Il tema essenziale è l’amore. Forse non tutti ricordano che la Divina Commedia scaturisce dalla Vita Nuova, il libro della giovinezza del poeta, in cui racconta il suo innamoramento per la misteriosa Beatrice, incontrata per la prima volta in una via di Firenze, quando entrambi erano bambini. Lui aveva poco più di nove anni, lei poco meno di nove: questi numeri sono legati alla profonda convinzione di Dante che esista un’armonia naturale fra Terra e Cielo, e ciò che di importante accade qui corrisponda sempre a un disegno celeste. Mai nulla accade per caso o è lasciato al caso, quindi: ogni dettaglio, specialmente numerico, ha una grande importanza ed è come una nota che vibra in un grande concerto cosmico.

Incontro fatale, quello con Beatrice, che segna per sempre la vita di Dante: lei è la donna del suo destino, colei che gli indicherà la strada maestra, e che veglierà su di lui nei momenti più difficili. Più che una donna, un angelo: «angiola giovanissima» la definisce il poeta, consapevole che l’incontro con lei lo ha cambiato. Beatrice gli mostra qual è la vera bellezza: un armonioso insieme di qualità che traspaiono dalla sua andatura, dal suo sguardo, dai suoi gesti garbati. Dante non la descrive mai fisicamente, se non per indicare i colori simbolici delle sue vesti, in prevalenza di un vivace rosso, il colore dell’amore, o lo splendore dei suoi occhi, simili per la loro luce a due preziosi smeraldi.

Dunque, Beatrice è l’amore, ma anche la musa che ispira; è una donna, ma è anche un angelo; ha un aspetto femminile, ma è anche il simbolo della poesia di Dante, una poesia che tocca vertici assoluti, mai raggiunti fino a quel momento, perché racconta il viaggio del poeta stesso nei tre regni dell’aldilà. Non può essere così importante, allora, che Dante non abbia sposato Beatrice, sempre presente nella sua vita letteraria, e che invece non abbia mai dedicato un solo verso alla propria moglie, quella Gemma Donati che gli diede tre figli (e forse quattro).

Beatrice è una rappresentante in Terra dell’Amore «che move il sole e l’altre stelle» e come tale raggiunge l’apice della sua perfezione dopo la morte fisica, quando raggiunge la sua gloria come anima beata, tra le più vicine a Dio. La Vita Nuova racconta anche la sua morte prematura: avviene nel 1290, quando aveva intorno ai venticinque anni, in base alla datazione che Dante stesso ci propone. Dante si dispera a lungo dopo la sua morte, tanto che i suoi amici più cari sono preoccupati: qualcuno lo va a trovare a casa e lo trova così assorto nel disegnare «figure di angeli» mentre è immerso nel pensiero di Beatrice ormai diventata creatura celeste, che non osa interromperlo. Né Dante si accorge della sua presenza. La sua disperazione è tale ch e rischia di perdere la giusta via. Una via fatta di ragione e fede, ma la cui Stella polare è sempre lei, Beatrice.

Ed ecco allora l’idea, che permette a Dante di superare la barriera della morte, lenire il suo dolore, dare nuovo senso al suo amore raggiungendo, in un certo modo, la sua amata là dove si trova: in cielo. Nel capitolo finale della Vita Nuova, Dante fa una promessa solenne a Beatrice: che non ne parlerà mai più se non per dire ciò che non è mai stato fino a quel momento detto di nessuna donna. E ci riesce, magnificamente. Come nessuno altro poeta.

Stupisce ancora la bellezza della Commedia, stupisce che Dante abbia potuto comporre più di quattordicimila versi in condizioni difficili, mantenendo l’armonia dell’insieme. Ma, in fondo, non dovrebbe stupirci, perché è frutto dell’amore, di un amore autentico.

L’amore si intreccia con l’eternità nel viaggio che raggiunge Dio, e di cui, altro aspetto più unico che raro, Dante stesso è protagonista. La sua vita è sempre in primo piano, ma solo perché in quel viaggio incarna ognuno di noi: si muove nel mezzo del percorso della «nostra vita». È attraverso questa via amorosa che la poesia di Dante arriva a intuizioni impensabili. Nel corso dei suoi studi, non si è nutrito solo di letteratura, di quelle che noi oggi chiameremmo “discipline umanistiche”, ma anche di filosofia, antenata della scienza. Sempre grazie alla mediazione di Beatrice, musa e garanzia di continuità dell’Amore, in lui non c’è distinzione fra cultura umanistica e cultura scientifica.

Lo scopriamo fino in fondo quando raggiunge il Paradiso, invisibile dalla Terra, e lo descrive negli ultimi canti della terza cantica. Qui si trova di fronte a nove cieli, nove sfere concentriche, formate dalle intelligenze angeliche, che circondano un Punto infinitamente piccolo, da cui tutto l’universo dipende. E li vede, per la prima volta, riflessi negli occhi di Beatrice, sempre accanto a lui. Questo Punto sembra essere contenuto dal resto del cosmo, ma in realtà, spiega Beatrice, lo contiene tutto. Così come la sfera più piccola intorno al Punto muove quella più grande intorno alla Terra, il cosiddetto Primo Mobile, che dà origine al moto degli altri cieli. Un Punto minuscolo in cui tutto l’universo è contenuto, proprio come nella singolarità del “Big Bang”. Nove cieli in entrambi i sistemi, quello dei cieli intorno alla Terra e quello angelico intorno al Punto divino, proprio come in un’ipersfera, una gigantesca sfera a quattro dimensioni (la quarta è il tempo), che è il modello con cui descrive l’universo la cosmologia contemporanea. Ecco a cosa ha portato l’Amore: a intuire la forma dell’infinito, l’origine e la meta, il Creatore e il suo legame indissolubile con il creato.