di Marco Fagnani

 

Per quanto possa sembrare esagerato attribuire al lucchetto la medesima frase che nel secondo dopoguerra una società di marketing americana coniò per accattivarsi potenziali acquirenti di un diamante, sono certo che alla fine di questo articolo tale attribuzione non risulterà così presuntuosa, ma più che meritata, per ragioni diverse!

Un oggetto comune, quasi banalizzato, che intorno all’anno 2005 è balzato alle cronache di tutto il mondo per quella curiosa e vituperata moda giovanile (e non solo) di fissarne uno, con la promessa di amore eterno, fra le grate di protezione di ponti ed altri luoghi sempre particolari. Eppure in molti ignorano il percorso che caratterizza la storia del lucchetto. Era conosciuto da Greci, Romani, Egiziani e, ancor prima, da culture dell’Oriente. Era usato prevalentemente da popoli nomadi e mercanti già dal IV millennio a.C. per chiudere sacchi e casse, per proteggersi dai briganti presenti sulle antiche rotte del commercio carovaniero. I nomadi, in particolare, ne hanno fatto un grande uso e anche quando sedentarizzati hanno continuato ad usarlo per le porte di accesso, per le ante degli armadi, per i coperchi delle cassapanche. I Romani, che lo hanno incontrato intorno al 500 a. C. grazie ai mercanti che andavano in Asia e tornavano portando invenzioni e oggetti rari, ne hanno poi fatto un grande uso. Generalmente erano in bronzo, venivano azionati con chiavi che scorrevano (a sdrucciolo) sulle lamelle (barbigli) fissate al perno da sganciare, oppure con molla trasversale e chiave a rotazione.

Nell’immaginario collettivo il lucchetto non sarebbe altro che la derivazione della serratura. Sostanzialmente un’elaborazione portatile della stessa. Eppure non risultano fatti, riferimenti o aneddoti che dimostrino questa teoria. Né risultano elementi che possano portare ad una datazione storica dell’origine del lucchetto.

E allora, in assenza di notizie e rapporti, non rimane che mettere insieme le informazioni disponibili per provare a tracciare un’idea di percorso che ha trasmesso all’uomo la necessità di utilizzare uno strumento come il lucchetto. È stato così che sulla base di alcune considerazioni e la combinazione delle informazioni tramandate dalla storia è maturato il convincimento che il lucchetto sia stato addirittura strumento precedente alla serratura. Una teoria opposta rispetto al comune pensiero, che qui provo a spiegare.

La serratura, o qualcosa che ne svolga la funzione, necessita di una parte fissa dove essere applicata e questa (anta) poteva essere stata presente solo da un certo periodo storico. E cioè da quando l’uomo ha iniziato a sfruttare luoghi o spazi da chiudere e proteggere. Una situazione coeva ad un sistema di vita stanziale coincidente con il passaggio epocale che ha visto l’individuo trasformarsi da raccoglitore ad abile agricoltore.

Il lucchetto a quel tempo di certo non esisteva. Eppure già da allora l’uomo, nel suo quotidiano, svolgeva delle attività dettate da bisogni di sopravvivenza (come coltivare, raccogliere, cacciare e pescare), che lo inducevano ad ingegnarsi nella ricerca di metodi per creare attrezzi e strumenti necessari a garantirgli il sufficiente sostentamento. Ma oltre alle primarie esigenze, anche proteggere e difendere sono stati princìpi che hanno indotto il “primo uomo” ad ingegnarsi nella ricerca di qualche elemento o di un sistema che consentisse di soddisfare anche tali esigenze. Un modo che, senza ombra di dubbio, al tempo non poteva che apprendere dalla natura circostante. Ecco allora che imitando alcune piante, si comincia a praticare la tecnica della legatura e del nodo. Una scoperta epocale grazie alla quale l’uomo ha potuto creare attrezzi ed armi unendo due o più elementi che si potevano tenere serrati fra loro garantendo resistenza a determinate sollecitazioni; fissare lembi di un contenitore di pelle per conservare prodotti, oppure unire rami per creare ripari a protezione.

Appare evidente, quindi, che la caratteristica di tenere unite due cose, due parti, due elementi, – oggi peculiarità del lucchetto – non possono che essere state ereditate dal nodo, col quale, nel corso dei secoli, le ha dovute condividere. Nonostante tali caratteristiche comuni, rispetto al nodo il lucchetto si è evoluto  nei secoli;  e lo ha fatto senza soluzione di continuità non solo tecnicamente e esteticamente ma anche sotto l’aspetto simbolico della protezione di beni materiali e immateriali. Infatti, se in un contesto fisico due cose, due parti o due elementi, hanno forma e consistenza, in un contesto cosmico, questi possono riguardare riferimenti spirituali, sentimentali, praticamente immateriali. E al lucchetto (come al nodo) è stato da sempre riconosciuto – particolarmente in Persia ed in Cina – il  potere di avvicinare e unire anche elementi eterogenei tra loro (materiali e immateriali), come ad esempio la vita terrena a sentimenti o a riferimenti spirituali.

In questo contesto si pone il valore simbolico che il lucchetto ha mutuato dal nodo. In molte civiltà e popolazioni vi sono esempi di uso del lucchetto come elemento di congiunzione con la buona sorte, con la devozione e i sentimenti verso una “entità superiore” o persone venerate. In Persia vi sono svariati esempi di lucchetto talismanico. In un caso, amuleti a forma di lucchetto con incisi versi coranici venivano applicati con una catenella o una corda con più nodi attorno alla vita delle donne in stato interessante, per scongiurarne l’aborto; venivano tolti solo in prossimità del parto. Sempre in Persia il lucchetto assume lo stesso valore dei nostri “ex voto” (che lasciamo nei santuari per grazia ricevuta o in adempimento di una promessa): spesso viene applicato sulle inferriate di tombe di uomini venerati, oppure usati quale elemento apotropaico per riti propiziatori.

Anche nelle cerimonie prematrimoniali e matrimoniali si usa il lucchetto come buon auspicio e per della buona riuscita del matrimonio. Un particolare rito, sempre in Persia, è quello che si svolgeva nel periodo del Moarram ed in particolare alle celebrazioni in ricordo della battaglia di Kerbala nella quale perse la vita Ussayn, figlio di Fatima e nipote di Maometto. Per ricordo di quel martirio, in occasione della ricorrenza, alcuni uomini, si applicavano dei lucchetti nella pelle come un piercing, quale rito di mortificazione e penitenza. In Cina molti lucchetti con fiocchi rossi con frasi beneauguranti formano corolle di vari metri, lungo la grande muraglia, sui percorsi delle Montagne Gialle e in prossimità delle tombe di uomini venerati.

Quindi, ecco svelato che la storia nasce in terre lontane dove i lucchetti erano già simbolo di legame sentimentale o di devozione e che si usavano in occasione di ricorrenze quale suggello di un senso di appartenenza o di devozione. Anche se svariati simbolismi hanno caratterizzato la vita dell’uomo nel suo rapporto con riti ed entità spirituali o con i propri simili, soprattutto attraverso concetti che contengono l’idea di fiducia, rispetto, dedizione, promessa, non sembra eccessivo sostenere che il lucchetto sia uno di questi simboli, se non addirittura il simbolo per eccellenza utilizzato per avvicinare, unire, proteggere, e che nel suo percorso evolutivo si è sostituito al nodo.

Se l’immagine di un nodo quasi mai è usata quale simbolo di chiusura o di libertà, al contrario il lucchetto  è diventato incontrastata icona della protezione quando è chiuso, e della libertà quando è aperto.

Certamente, volendo disquisire sul significato letterale del termine potremmo anche dimostrare che chiuso e aperto sono termini che non sempre rappresentano il significato che tali azioni evocano, ma in questo spazio ci limitiamo all’idea della protezione e della libertà rappresentati dall’immagine di un lucchetto. E se dai libri di storia abbiamo saputo dell’uso dei lucchetti da parte dei Romani, dei Greci e degli altri popoli, dagli annali del primo decennio del XXI secolo risulta annotato uno degli eventi più eclatanti riguardanti il lucchetto dell’amore: una moda che si ritiene partita da Ponte Milvio a Roma, in seguito al libro di F. Moccia, ma che in realtà – come abbiamo visto – ha origini più lontane. In Italia, peraltro, prima di Ponte Milvio esisteva già il rito dei lucchetti appesi ai ponti: a Merano e Brunico, per esempio, i militari li appendevano alla fine del corso, e sulle inferriate del monumento a Benvenuto Cellini; a Firenze sul Ponte Vecchio. Nel resto del mondo: a Mosca, a Pechino, a Tokio, a Parigi, a Pecs, a Seul, a Colonia e in altre grandi capitali sono presenti ponti con migliaia di lucchetti dell’amore.

Mantenendo fede al concetto secondo il quale “probabilmente non esiste un altro oggetto attorno a cui lo spirito inventivo e l’acume dell’uomo si siano industriati tanto”, ecco che il lucchetto si erge ad incontrastato simbolo della protezione nel senso più ampio immaginabile. Inconfutabili esempi di tale convincimento sono rilevabili dalle svariate pubblicità in ogni settore, anche tecnologico, di prodotti e servizi che le più grandi aziende nazionali immettono sul mercato.   E in termini di evoluzione tecnologica del lucchetto, due esempi fra i tanti li abbiamo inconsapevoli sotto i nostri occhi; li attiviamo e li disattiviamo più volte quotidianamente su due strumenti pressoché indispensabili e di uso comune: uno di questi esempi è rilevabile nei pulsanti che caratterizzano ormai tutte le chiavi delle automobili di ogni marca; l’altro, è l’icona presente in ogni PC, Tablet e Smartphone, sotto la voce Privacy e Sicurezza.

Infine è doveroso il riferimento ai lucchetti-monumento. In particolare a quello fra i più belli e significativi che abbiamo scoperto: si trova a Cadice (Spagna), nei pressi della rotatoria tra Harbor Avenue e Plaza de España, dedicato alla libertà di espressione e di stampa (si noti la punta dell’archetto a forma di pennino di una stilografica).

Chiudo questo articolo con una speranza ed una citazione. La speranza: aver convinto il lettore che quella citazione, “un lucchetto è per sempre”, non fosse un mero un peccato di presunzione. La citazione: quella del giornalista Adriano Cappellini, il quale  nell’intervista a Vittorio Cavalli, probabilmente il più grande collezionista al mondo di lucchetti – con la cui collezione è stato realizzato il Museo Storico dei Lucchetti – ha detto: «E così inizio a lasciarmi andare ed entro nel mondo scientifico del lucchetto che solo a raccontarlo è tutta una storia del mondo».