di Lorenzo Salimbeni

Docente di letteratura presso prestigiosi atenei (Sorbona, Sapienza e Collège de France), Predrag Matvejević, venuto a mancare il 2 febbraio 2017, fornisce con il suo Breviario Mediterraneo  (Garzanti, Milano 2017) una prospettiva filologica e letteraria della storia di questo mare, tanto che la prefazione dell’accademico triestino Claudio Magris è proprio intitolata “Per una filologia del mare”.

La trattazione è frammentaria, segue un flusso di pensieri e di associazioni di idee e di eventi che attraversa la storia, la geografia ed i confini di ieri e di oggi, utilizzando soprattutto fonti provenienti dalla letteratura sacra (Antico e Nuovo testamento, ma pure il Corano) e profana, frutto di una conoscenza vasta ed articolata. Non si tratta tuttavia solamente di teoria e nozionismo, in quanto nelle pagine di Matvejević affiorano ricordi e riflessioni di viaggi e di navigazioni effettuati sul campo, al fine di prendere diretto contatto con usi, costumi, tradizioni, parlate e paesaggi. Originario di Mostar, capoluogo dell’Erzegovina però a poca distanza dalla Dalmazia, l’autore risente non solo della vocazione marittima di queste terre dell’Adriatico orientale, ma anche della loro multietnicità, sicché il suo excursus nel Mediterraneo dimostra che tutte le coste di questo specchio d’acqua sono contraddistinte da influssi, incroci e mescolanze su più livelli. Particolarmente caratteristiche ed accurate sono le osservazioni lessicali ed etimologiche che rivelano come nei vocaboli di uso marinaresco ma anche comune nelle lingue dei paesi rivieraschi vi siano stati prestiti e lasciti dei più svariati idiomi.

Ancorché apparentemente confusa e propria di una forma di narrativa più che di un saggio, la trattazione appare comunque come una sorta di aggiornamento e di conferma rispetto alla tesi di Fernand Braudel esposta in Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, da cui si evinceva l’omogeneità culturale dei paesi litoranei frutto di commerci, guerre, scambi culturali e commistioni linguistiche. Coerentemente con le tesi poi sposate dallo storico francese nella direzione degli Annales in merito alla storia fattuale ed alla sua maggiore importanza rispetto a quella politico-militare, anche il Breviario accenna solamente ad episodi militari e diplomatici, concentrandosi, invece, su aspetti della quotidianità e della vita comune. Emergono così con maggiore evidenza le affinità e le contaminazioni tra popoli, lingue e culture che sono andate ben al di là di quelle che furono le contrapposizioni belliche occasionali o di lunga data.

La prima parte del volume è proprio intitolata “Breviario” e rappresenta l’excursus dell’autore tra le coste mediterranee, con particolare riferimento a viaggi compiuti nella frastagliata costa dalmata e nell’Egeo tra gli arcipelaghi ellenici delle Cicladi e delle Sporadi. Da qui la narrazione divaga nello spazio e nel tempo attraverso racconti, miti e leggende, fondendo una vasta conoscenza anedottica con una robusta preparazione scientifica nel campo delle letterature comparate, dando così vita ad un suggestivo ritratto del Mediterraneo. Nei confronti dell’Atlantico permane una sorta di chiusura, frutto di diffidenza nei confronti di uno spazio fin troppo vasto e sconfinato, cui si fa riferimento solamente accennando alle esplorazioni che hanno interessato i tratti che lambiscono le coste europee. Maggiore è  l’osmosi che emerge nei confronti del mar Nero e del mar Rosso, nonostante l’istmo di Suez sia stato tagliato solamente nella seconda metà del XIX secolo.

“Carte” è il titolo del secondo capitolo, ma si tratta non tanto di cartografia (rappresentazioni cartografiche antiche di città, isole e porti costituiscono l’apparato iconografico del testo) quanto di una raccolta di differenti prospettive ed osservazioni del Mediterraneo da parte di esploratori e di persone che vivono esercitando professioni strettamente connesse al mare (pescatori, marinai, lavoratori dei cantieri navali ecc.). Le caratteristiche morfologiche e fisiche di isole, penisole e regioni costiere contribuiscono a determinare i rapporti degli autoctoni con l’entroterra ed i loro comportamenti rituali e modi di essere.

Il “Glossario” conclusivo costituisce nuovamente una divagazione tra mestieri marittimi, toponomastica e parallelismi culturali che si riscontrano navigando da uno scalo mediterraneo all’altro. La conoscenza diretta dei luoghi e la sua provenienza inducono l’autore a soffermarsi soprattutto su aspetti attinenti l’Adriatico orientale, facendo così emergere la dialettica tra la plurisecolare presenza della Serenissima Repubblica di Venezia e le popolazioni slave dell’immediato entroterra, nonché l’importanza della Repubblica di Ragusa, che rappresentò un punto di incontro che coinvolgeva ancora italici e slavi così come gli ottomani conquistatori della penisola balcanica.