di Catia Sardella

 

Posta nella migliore posizione del mondo trascorre la sua vita nella Conca d’Oro”: così  affermava Oscar Wilde parlando di Palermo, una capitale che ha ospitato popoli e culture diversi, conservando testimonianze uniche di quello che è stato il suo glorioso passato.

Vi condurrò in una passeggiata turistica per la città, quale visitatore bramoso di conoscere le vestigia di un luogo che in molti reputano unico al mondo. L’ingresso avviene dal mare, via d’accesso naturale per una città il cui nome significa “tutto porto”. Sbarcati alla Cala, l’insenatura attorno alla quale si sviluppa con forma quadrangolare il centro storico della città, l’antico Cassaro ci accoglie col superbo varco trionfale di “Porta Felice” che assieme a “Porta Nuova” segmenta il lungo percorso alle estremità da nord a sud, custodendo insieme a via Maqueda i maggiori tesori storico-artistici del capoluogo siciliano. A pochi metri si apre piazza Marina, già tremendamente famosa per avere ospitato i terrificanti “auto da Fé” (atti di fede) nel periodo dell’Inquisizione spagnola; è luogo che ospita importanti monumenti: la chiesa di Nostra Signora della Catena in stile gotico-catalano è chiamata così perché da essa si dipartiva una catena che veniva ancorata all’altro estremo della Cala per bloccare di notte l’accesso al porto; lo Steri in stile chiaramontano dal nome della famiglia che lo edificò e il vicino palazzo dei Principi di Mirto, splendida casa-museo testimonianza della sfarzosa quotidianità di una delle più ricche e potenti famiglie nobili siciliane. Questi monumenti circondano Villa Garibaldi dove svetta il più vecchio ficus magnolioide d’Europa.

Proseguendo per il Corso, raggiungiamo il fantastico Ottagono del Sole o Quattro Canti che con le sue fastose quinte architettoniche è stato il punto focale della Palermo seicentesca. Guardando le quattro cantoniere si vedrà che la Santa torreggiante dall’alto dei quattro lati è la protettrice del quartiere di riferimento; sotto di lei un re di Spagna; sotto ancora una delle quattro stagioni. Agata, Ninfa, Cristina e Oliva vigilano sui quattro mandamenti della città antica. La vergine Rosalia, santa sopra le sante, troneggia su tutti i rioni. Sulla sinistra, una scalinata ci conduce a Piazza Pretoria dove la cinquecentesca fontana opera dall’artista fiorentino Camilliani è sempre lì, maestosa, ma le sue statue più che scollacciate, ignude, furono oggetto di scandalo, soprattutto in rispetto alle monache del Monastero di Santa Caterina prospiciente la piazza. Dopo avere ammirato la superba geometria della “Fontana della Vergogna” raggiungiamo una piazza, piccola per dimensioni ma grande per contenuti: è Piazza Bellini. Qui spiccano come gemme di una corona le chiese arabo-normanne di Santa Maria dell’Ammiraglio o Martorana, e San Cataldo assieme a quelle barocche di San Giuseppe dei Teatini e di Santa Catarina d’Alessandria,  monastero di clausura famoso per le prelibatezze dolciarie come le minne di vergine. Imbocchiamo adesso una stradina dell’urbe: si apre innanzi a noi uno dei mercati storici della città: “Ballarò” dove ancora le bancarelle della frutta e della verdura, dove le botteghe dei carnezzieri e dei pescivendoli ed ancora dove le coloratissime carrozzelle degli ambulanti, con svariati generi di coloratissima mercanzia, abbanniano i loro prodotti. Qui, anche qui, svettano gioielli di una millenaria testimonianza artistica: le splendide cupole barocche della Chiesa del Carmine Maggiore con i suoi telamoni, di Casa Professa e la medievale Torre di avvistamento di San Nicolò all’Albergheria, dal quale si scorge un panorama mozzafiato della città, arricchiscono questo splendido e caratteristico scorcio della Palermo araba.

Torniamo lungo il Corso, potremmo fermarci ogni passo per ammirare ora una chiesa barocca ora uno sfarzoso palazzo nobiliare; superiamo l’ex Monastero dei Padri Gesuiti oggi sede della prestigiosissima Biblioteca Regionale e sostiamo davanti la maestosità della “Cattedrale” voluta fortemente dal primo arcivescovo cristiano della città, Gualtiero Offamilio, dopo la conquista normanna; l’edificio ha subito nei secoli varie modifiche che hanno via via cambiato la sua struttura, non sminuendo certamente la sua magnificenza.

Ancora qualche passo e giungiamo a Palazzo Reale. La costruzione, eretta dai Re Normanni dopo la conquista della Sicilia araba, custodisce come uno scrigno un gioiello di inestimabile valore: la Cappella Palatina (1130). La chiesa ricca di preziosissimi mosaici è il risultato di una sinergia artistica, culturale e religiosa voluta dai sovrani e frutto di quella politica tollerante nei confronti dei conquistati che ha generato a Palermo e solo qui, una serie di edifici arabo-normanni che per la loro unicità sono stati dichiarati dall’UNESCO “Patrimonio dell’Umanità”.

Tornando all’Ottagono ed imboccando via Maqueda verso nord, di altrettanto interesse storico-artistico, incontriamo i tre teatri voluti tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX dal Senato palermitano per soddisfare la bramosia di cultura della popolazione: il Teatro Massimo V. Emanuele (era dedicato alle rappresentazioni liriche e sinfoniche),  magistrale opera liberty dell’architetto Ernesto Basile che ancora oggi detiene il primato di grandezza tra i teatri italiani essendo il terzo in Europa; il Teatro Politeama Garibaldi (era destinato alle produzioni di operette, lavori comici e drammatici, veglioni, feste, spettacoli circensi ed equestri),  in stile neoclassico progettato dall’architetto G. Damiani Almejda; ed il Teatro Biondo costruito nel 1903,  il più recente dei teatri storici della città con la sua veste tardo ottocentesca, simmetrica all’asse viario principale che dà al suo aspetto la tipicità dei teatri di prosa.

Palermo è una città splendida, un tempo capitale dell’Impero sotto Federico II oggi rivalutata per le sue bellezze ed eletta a pieno merito Capitale della Cultura 2018.

Un capitolo a parte merita la gastronomia cittadina: una classifica internazionale la pone al quinto posto nel mondo dello Street Food. Come rinunciare al panino con le panelle o con la milza, alle arancine “a carne” o “a burro” il tutto accompagnato da un bicchiere di spuma. Per quanto riguarda le pietanze della tradizione potrei dedicare un’intera rubrica ma mi limito a citare, per i primi piatti, la pasta con le sarde e gli anelletti al forno; per i secondi, gli involtini di sarde ed il falso magro; per i dolci, la cassata trionfa su un elenco di innumerevoli bontà, estive ed invernali. Anche la frutta è un tripudio di colori, sapori e profumi con la quale ci sbizzarriamo a creare dolci, marmellate e rosoli della millenaria tradizione palermitana.