di Carlo Lanzoni

A nordest della Grecia tre penisole si protendono come un tridente dalla costa della Calcidia. La più settentrionale di esse culmina, con i 2033 metri del monte Athos, la sua diretta elevazione dal mare e ne amplifica l’impressione di imponenza. La cuspide di questa montagna è costituita da marmo bianco che accentua il suo candore salendo di quota. Tale particolarità geologica è per i fedeli ortodossi metafora di purificazione ed ascesa spirituale. Il territorio di questa penisola, attualmente denominato Repubblica Monastica del Monte Athos, rappresenta da tempo immemorabile per il cristianesimo orientale un luogo sacro ed una meta di pellegrinaggio.

Sono le sette del mattino di una luminosa giornata di inizio maggio, da poco siamo arrivati sulla cima. Il sole sta sorgendo, proiettando sul Mar Egeo l’infinito cono d’ombra della montagna. L’aria è tersa, spazzata da un vento fresco; sotto di noi si estende a perdita d’occhio lo scenario di una vasta regione, coperta da un verde tappeto di vegetazione e foreste, punteggiato solo dai nuclei degli insediamenti monastici. Sulla vetta, oltre a noi tre, un monaco russo ed un suo discepolo che durante la notte hanno vegliato in preghiera, sembrano personaggi usciti da una pagina di Tolstoj. Siamo ai confini dell’Occidente. Qui la sensazione di lontananza non è solo geografica ma è marcata soprattutto dal confronto con la realtà circostante. Ci troviamo in un mondo permeato da pratiche e concezioni filosofico-religiose (di cui il monte Athos è il millenario custode) di non facile comprensione per noi europei occidentali influenzati dalla modernità e materialità. Pesano anche secoli di vicende e divisioni non solo dottrinali ma soprattutto legate ad avvenimenti storici terribili e cruenti. Tutto ciò ha scavato un solco profondo ed una reciproca diffidenza. Fino ad arrivare al paradosso dei nostri tempi in cui noi occidentali coltiviamo interesse e fascinazione per i culti e per le filosofie più strane o appartenenti a paesi lontani, trascurando il confronto con una spiritualità affine alla nostra qual è l’ortodossia del cristianesimo.

La tradizione fondante di questa repubblica teocratica maschile viene attribuita alla volontà della Madonna (la Theotòkos) di eleggere a suo giardino questi luoghi, in quanto da lei prediletti per la bellezza e l’armonia di una natura in grado di ispirare misticità e ascetismo. Da questa consacrazione deriverebbe l’interdizione all’accesso per tutte le creature (non solo donne) di sesso femminile. Oltre a questo antichissimo divieto, i criteri di ammissione tendono a filtrare tutti coloro che vedono in questo territorio solo una destinazione turistica o una curiosità storica e limitare il numero giornaliero di ingresso, riservando ai non ortodossi solo una minima percentuale. Nel tempo a noi concesso di una settimana abbiamo cercato con curiosità e rispetto di entrare in contatto con questa realtà. Mulattiere polverose, lunghi percorsi che ci hanno portato ad attraversare ambienti suggestivi, alternando falesie costiere, boschi di alto fusto con alberi secolari, pietraie sommitali e l’ospitalità austera ma cordiale dei monaci, con cui si condividono pasti frugali, in rigoroso silenzio, all’interno di enormi refettori affrescati. Tra canti, candele, icone e incensi si viene trasportati in una dimensione che induce alla meditazione. In queste situazioni si percepisce nettamente il divario esistente con la povertà e l’anemica di tante nostre ritualità, frettolosamente sbrigate in certi capannoni-chiese di cemento armato con coretti stonati e chitarre scordate. Un altro aspetto che ben impressiona è vedere come ogni monastero sia motore di fiorenti attività lavorative.

Purtroppo arriva il giorno di imbarcarci per il ritorno: il traghetto lascia dietro di noi la sagoma dell’Aghios Oros, il Santo monte Athos col suo mondo di monasteri, eremi, uomini sospesi tra mare, terra ma soprattutto cielo. Giunti al porto di Ouranoupolis ritroviamo la vivace confusione del nostro mondo abituale. Sicuramente le giornate trascorse sul monte Athos hanno rappresentato un’esperienza non comune. Questo, a maggior ragione per noi abitanti di società che hanno esiliato la presenza del sacro e del mistero, per abbracciare nuove divinità come l’economia e la tecnologia, tutto ciò induce a profonde riflessioni e pone tante domande.