La classicità, un altrove con cui tenere sempre un contatto diretto, profondo e necessario

di Alessandro Romanini – curatore e critico d’arte

È grazie al nonno Mario che, fin dall’infanzia, apprende le prime tecniche di lavorazione del marmo nel laboratorio artigiano di famiglia a Pietrasanta, nei territori in cui sin dai tempi di Michelangelo si è trasmesso, di generazione in generazione, quel saper fare scaturito dalla dialettica artista-artigiano. Il suo esordio come artista risale al 2006, e da allora sono diverse le mostre, in Italia e all’estero, cui ha partecipato. Laurea di filosofia in tasca, la poetica di Massimiliano Pelletti si alimenta di un concetto di classico e tradizione, come ispirazione, attitudine e soprattutto fuoco che alimenta lo sviluppo creativo, come Gustav Mahler sentenzia quando dice: “Tradizione non è il culto delle ceneri ma la custodia del fuoco”. Classico è prima di tutto inteso in un’ottica dinamica, un punto di partenza da cui sviluppare soluzioni adatte alla contemporaneità. «Il classico, come il mito, sono concetti insiti in ogni civiltà a ogni latitudine: nessuna civiltà né singolo artista può pensare se stesso se non in relazione con un’altra civiltà e un’altra forma d’arte che servono da termine di comparazione e costruzione di identità», afferma l’artista.  Viene dunque considerata una dimensione in cui possono dialogare le sculture di Fidia e quelle Fang del Gabon, il canone di Policleto come le opere dei Baulé della Costa d’Avorio, le poesie dell’ellenico Callimaco con quelle di Birago Diop del Senegal.

Questo spirito ha portato Massimiliano Pelletti, nel corso degli ultimi anni, a indagare la produzione plastica delle civiltà extraeuropee e a focalizzare l’attenzione sulla scultura del continente africano, interrogandosi sulla sua storia e sulla natura delle sue arti, consapevole dell’esistenza di un concetto di classicità anche in questi luoghi, spesso sviluppatasi in parallelo o addirittura prima della nostra. Una visione sincretica che risulta estremamente contemporanea, mettendo in evidenza una radice comune, artistica e antropologico-culturale fra Europa e Africa – complice il Mar Mediterraneo, culla di cultura e commerci fin dall’antichità – che torna prepotentemente alla ribalta nel dibattito odierno. Anche la sua personale “Looking forward to the past” – allestita al MARCA di Catanzaro grazie alla collaborazione con la Galleria Barbara Paci di Pietrasanta, la Fondazione Rocco Guglielmo e l’Amministrazione provinciale di Catanzaro – si sviluppa attorno a questi concetti di relazioni e di classicità, che trovano proprio nella Magna Graecia la culla e il fulcro storico ideale.

La ricerca dell’artista non si limita a uno stadio concettuale ma prende spazio anche dal punto di vista formale. Nel suo lavoro la classicità assume una dimensione molto ampia anche grazie al rapporto con i materiali protagonisti delle sue opere. Raramente troviamo il marmo nella sua dimensione più pura, sempre più spesso sostituito da altri elementi naturali, nella maggior parte dei casi inesplorati dal mondo della scultura: la sfida è quella di scolpire quarzi, onici, calcari e altre pietre stratificate e casualmente combinate in natura, sfruttando ogni elemento che la natura stessa mette a disposizione e lasciando spazio alla ricerca e alla sorpresa.

Pelletti ha concepito i materiali come suggeritori di forme e soluzioni, insiste nelle loro prerogative chimico-fisiche e geologiche, affidando loro il ruolo di suggeritori di percorsi creativi e tecnici inediti. Il difetto del materiale è visto come potenziale sviluppo di ulteriori possibilità narrative, mentre l’errore come unico motore del processo di ricerca e individuazione di nuove soluzioni. L’obiettivo è di creare un racconto in cui la figura classica viene parzialmente depauperata, resa più umana dai difetti del materiale che, di per sé, è portatore di ”sapere” e memoria artistica che guidano l’autore alla creazione, con tempi lunghi e lenti: una decantazione a cui l’arte contemporanea globalizzata e orientata alla ricerca dell’effetto sorpresa e del ricambio stilistico ispirato dal fashion design, troppo spesso rinuncia.