Un ritratto del “capitan generale”, a 400 anni dalla nascita

di Silvana D’Alessio – docente  Storia Moderna all’Università di Salerno

Per Traiano Boccalini la città di Napoli era come un cavallo con la schiena ricoperta di piaghe. Napoli – sotto gli Spagnoli, dai primi anni del Cinquecento – gli appariva come un cavallo, un animale nobile, ma in cattività, privo del cibo necessario, mortificato da una soggezione spietata. La rivolta, di cui Masaniello fu capo per i primi dieci giorni, cominciò il 7 luglio del 1647 e  fu scatenata dall’esasperazione della popolazione cittadina meno abbiente contro la pressione fiscale imposta dal governo vicereale spagnolo che impose le gabelle sugli alimenti.

Masaniello, al secolo Tommaso Aniello, era figlio della parte più povera della plebe: era nato il 29 giugno del 1620; quando scoppiò la rivolta, aveva 27 anni. Nella  biografia Masaniello. La sua vita e il mito in Europa (Salerno editrice) che ho scritto nel 2007, metto in rilievo come la sua origine fosse ben più umile di ciò che si deduce da alcune ricostruzioni (perlopiù letterarie). Se si leggono le pagine che Salvatore Di Giacomo scrisse sul battesimo di Masaniello, ad esempio, ci si imbatte in persone semplici, ma ben vestite per l’occasione: «Le giovani erano calzate di scarpette di sommacco piccato o di cordovano» (Nascita, matrimonio e morte di Masaniello in Celebrità napoletane…, 1896). Quanto di più lontano c’era dal mondo di Masaniello, in cui nessuno indossava le scarpe. Il ceto cui apparteneva si chiamava degli ‘scalzi’. Ancora oggi nella toponomastica cittadina è ravvisabile il legame tra i luoghi e quegli antichi abitanti (Santa Teresa degli scalzi, Sant’Agostino degli scalzi). Raccogliendo varie fonti, le fedi dei battesimi di Masaniello e dei fratelli, i certificati del matrimonio di Masaniello e della sorella, e, tra le altre, una cronaca ricchissima di notizie che ho avuto la fortuna di scoprire in una biblioteca romana, si può dedurre che egli sia cresciuto «tra persone nefande e vilissime», al Lavinaro, al mercato. Molto probabilmente, perse suo padre molto giovane. Infatti non compare tra i testimoni al matrimonio della sorella. Era il 1641. Masaniello aveva 21 anni. Ma quali mestieri esercitavano i genitori? L’autore della cronaca romana (cui ho accennato) si affannò a cercare notizie sul suo conto finché non gli dissero che suo padre era un «solachianelle», un riparatore di scarpe, e che la madre era una pubblica prostituta. Anche sua sorella e sua moglie, Berardina Pisa, si prostituivano. Berardina addirittura da prima che si sposassero. Questi dati non si conoscevano prima; essi, insieme a molti altri, ci aiutano a comprendere perché Masaniello decise di esporsi, di porsi a capo della rivolta: era ai margini estremi della plebe, non aveva il padre da anni, le donne della sua famiglia riuscivano a tirare avanti prostituendosi. Egli, dunque, conosceva sulla pelle i mali di Napoli. Su uomini come lui le gabelle – le tasse che erano state poste anche su beni commestibili – pesavano come macigni. Pur essendo molto sfortunata, la famiglia di Masaniello non era così isolata nel panorama cittadino. Si consideri che molti crescevano senza una precisa collocazione nel corpo cittadino, senza punti di riferimento o speranze, se non quelle che venivano dalle autorità ecclesiastiche. La prostituzione, inoltre, si era diffusa non poco anche presso famiglie popolari e addirittura nobiliari.

Masaniello aveva indubbiamente un carattere speciale: una forte avversione, una viscerale intolleranza per le ingiustizie. In una lettera del luglio del 1647, quando la rivolta era già iniziata, Vincenzo de’ Medici, il residente fiorentino, scrisse al suo principe che aveva saputo che Masaniello era stato sin da fanciullo non poco molesto. Un suo zio, raccontò, lo aveva presso di sé (evidentemente perché era orfano di padre e la madre non sapeva come accudirlo), ma dovette allontanarlo perché sparlava dei gabellieri, facendogli rischiare il carcere. In una Vita di Masaniello seicentesca si racconta che si procacciava il pane presso gli osti, perché, con il suo modo di fare, con i suoi racconti e le sue canzoni (pare infatti che sapesse cantare e addirittura suonare la cetra), attirava clienti. Le altre notizie che abbiamo sulla sua vita ci dicono che fu in carcere alla Vicaria o all’Almirante per debito, e che faceva ogni genere di servizio per sopravvivere, incluso il contrabbando. Oltre che povero (il suo mestiere era quello di garzone al servizio di pescivendoli e venditore di ‘cuoppi’ al mercato), aveva il vizio del gioco.

Con le sue virtù, i suoi vizi e la sua energia, diede un decisivo contributo alla rivolta fino a diventare ‘capitan generale’ del popolo di Napoli. Un cronista ne raccontò la parabola:

fu immensa «la meraviglia accoppiata con altretanto timore nel veder un uomo sì vile non dirò pescatore, ma garzoncello di venditore di pesce, né meno huomo adulto, ma quasi figliuolo, farsi capo di una innumerabil plebe nel primo giorno: nel secondo, con la plebe tirarsi dietro tutt’il Popolo più civile: nel terzo, ricevere da ambidue l’assoluto dominio, e carica di Generalissimo di tutti loro…»: il quarto giorno era il capo riconosciuto di quasi l’intera popolazione di Napoli: «per gl’ordini suoi sagaci, per li pronti ripieghi, e opportuni espedienti, e sopra tutto per l’ardire, efficacia, e capacità nel trattar negozi di tanta importanza era stimato di sì gran sapere, e consiglio, che recava a tutti, fin’al medesimo Eminentissimo Arcivescovo, che più d’ogn’altro ebbe occasione di contrattar seco, somma ammirazione».

Questo stesso cronista raccontò poi che impazzì e che gli fu tolto il comando. Il 16 di luglio Masaniello fu ucciso, tra molte domande (cos’era accaduto? Com’era impazzito? Ed ora cosa sarà del popolo?) e tra molte lacrime.

Per molto tempo, la popolazione napoletana avrebbe invano cercato un nuovo Masaniello.