di Paola Vignati – www.paolavignati.com

 

Marrakech, un viaggio tra il rosso e il rosa

 

Marrakech nel 2020 sarà la prima capitale africana della cultura. Un  prestigioso riconoscimento. Un motivo in più per visitare la città rossa, così chiamata per l’argilla rossa disseccata con cui sono costruite le case e le mura, che la cingono, donandole una sfumatura unica, che acquista di intensità quando il sole, feroce allo zenit, la colpisce con tutta la sua forza, mentre sullo sfondo si staglia la catena dell’Atlante con le cime spesso innevate.

Uno degli aspetti che ho più apprezzato della città è la possibilità di visitarla a piedi, la maggior parte dei luoghi di interesse sono racchiusi nella Medina, cinta da alte mura. Marrakesh è la Medina, un dedalo di piccole strade, vicoli, in un cui lo spazio è sfruttato al centimetro. La città vecchia dona angoli di vera e propria magia, dietro ogni portone si cela una meraviglia nascosta: splendidi riad, luoghi di pace in cui pernottare, ristoranti tradizionali e gourmet, negozi di artigianato, hammam, giardini incantati e terrazze con una vista unica su tutta la città. Lo stesso vale per i funduq, i caravanserragli, si trovano un po’ dappertutto nella Medina, nascosti dietro portoni chiusi, la maggior parte in ristrutturazione. Con un po’ di fortuna si può accedervi e respirare una storia vecchia di secoli, di rotte carovaniere attraverso il deserto, della magia di un viaggio così avventuroso, dell’intraprendenza dell’essere umano. Al piano terra ricovero per i cammelli e botteghe, al piano superiore le stanze per i viaggiatori. Un altro elemento che si incontra spesso nella Medina sono le fontane pubbliche che rifornivano di acqua la città. L’acqua, in un paese desertico come il Marocco, gioca un ruolo importante nella vita della città. Fino al secolo scorso le fontane erano circa ottanta, oggi il sistema di approvvigionamento dell’acqua è cambiato, ma la Fontana di Mouassine, tutt’ora funzionante è un magnifico esempio di utilità pubblica e splendide decorazioni.

L’esplorazione di Marrakech comincia da Piazza Jemaa el Fna  il cuore pulsante della città, una piazza immensa, dai molti volti: tranquilla, la mattina con i venditori di frutta e poco altro, offre il suo spettacolo migliore al tramonto quando si popola all’inverosimile di bancarelle che vendono cibo economico. A questo si aggiungono gli spettacoli: artisti di strada, incantatori di serpenti, giocolieri, esibizioni e musica senza sosta che intrattengono il pubblico per tutta la serata.  A poca distanza da Jemaa el Fna la Moschea della Koutoubia si impone con il suo minareto alto settanta metri visibile in ogni punto della Medina. La Koutoubia, da koutoub, libro in arabo, deve il suo nome alle bancarelle di venditori di libri che, secoli fa, erano concentrate intorno alla moschea. Come tutte le moschee in Marocco nega l’accesso ai non musulmani. Provvedimento ratificato dai francesi durante il colonialismo allo scopo di evitare disordini religiosi. Jemaa el Fna e la Moschea della Koutoubia sono due luoghi simbolo, immagini da cartolina di Marrakech, che, seppur molto inflazionate, non perdono il loro fascino. Vale la pena, cercare, nel tardo pomeriggio, uno dei tanti caffè con terrazza panoramica che si affacciano sulla piazza e godersi il tramonto che infiamma la città con sfumature intense, mentre in piazza si consuma un rito vecchio di secoli e il muezzin canta la fine del giorno.

Nell’attesa del tramonto il suq, l’immenso mercato coperto della città, a cui si accede direttamente da Jemaa el Fna, ammaglia con la sua confusione. Inevitabilmente ci si perde, nel senso letterale del termine: la via principale si ramifica molto rapidamente in una serie di piccoli vicoli, in cui mantenere l’orientamento è difficile. La merce è esposta ad arte, con lo scopo di incantare l’acquirente. Il suq è diviso in settori, in cui è possibile trovare lo stesso prodotto in vendita in diverse botteghe: spezie, ceramiche, babbucce, olive, pigmenti per colorare le stoffe, oltre al suq dei tintori dove la lana viene appesa ad asciugare dopo la tintura, o ancora il suq dei fabbri dove si lavora il ferro battuto.

ll suq di Marrakech può essere estenuante: il mio consiglio è quello di fuggire nel vicino quartiere di Mouassine, alla ricerca de le Jardin Secret, un antico riad trasformato in lussureggiante giardino, con un complesso sistema di irrigazione con canali sotterranei. Un’oasi di tranquillità e pace, riposo per il corpo e per la mente. Sempre nel quartiere, si trova un gioiello di architettura saadita: il Musée de Mouassine, nascosto in un vicolo e rimasto segreto per anni, deve la sua scoperta a Patrick Menac’h, che, alla ricerca di una casa nella Medina, trovò una douiria, un appartamento per gli ospiti, riccamente decorato e nascosto da strati di intonaco. Oggi è stato riportato al suo antico splendore.

Marrakech, città imperiale. I sultani e i pascià hanno reso grandiosa la città nei secoli passati;  l’artigianato marocchino trova la sua massima espressione nei maestosi  palazzi che rendono imperiale Marrakech, oggi tutti trasformati in musei, che sono un tripudio di mosaici, legno intagliato, soffitti in cedro finemente cesellati, ceramiche rosse e arancioni.

Il Musée de Marrakech nei primi del Novecento era la residenza privata del ministro della difesa, divenuto poi scuola ed oggi, ampiamente restaurato, offre al pubblico l’arte del decoro marocchina. Il cortile interno è la parte più affascinante dell’intero museo.

Ancora nel quartiere della Kasbah, il Palais de la Bahia costruito alla fine del XIX secolo, con giardini, cortili e appartamenti per un totale di centocinquanta stanze. Nato, secondo la leggenda, dall’amore del Visir per una donna tuareg, il palazzo è dedicato a lei (bahia significa bella). Metaforicamente un’unione tra il Marocco istituzionale rappresentato dal Visir e il Marocco nomade rappresentato dalla giovane donna tuareg. Sempre nel quartiere della Kasbah, poco distante dall’omonima moschea le Tombe dei Saaditi,  costruite nel 1603 in marmo di Carrara e stucchi a nido d’ape, riscoperte nel 1917, perché precedentemente murate da un sultano. Nel giardino trovano posto le tombe delle mogli del sultano, di cancellieri e servitori di corte.

Nella Kasbah si trova la Mellah, il quartiere ebraico di Marrakech, che ha una storia antica. Gli ebrei fuggono dalla Spagna a seguito del Decreto dell’Alhambra del 31 marzo 1492 con cui, la regina Isabella di Castiglia obbliga le espulsioni delle comunità ebraiche in tutto il territorio spagnolo. Gli ebrei riparano in Marocco, non solo a Marrakech, ma anche sui monti Atlas, la catena montuosa che circonda la città. La popolazione nella Mellah continua a crescere fino a contare circa trentamila abitanti nel XIX secolo, diventando così la comunità ebraica più grande del Marocco. All’epoca erano circa trentacinque le sinagoghe attive, oggi ne restano due. Gli ebrei abbandonano in massa il Marocco negli anni Sessanta, dopo la fondazione dello stato di Israele. La Sinagoga Lazama  l’unica rimasta nella Mellah, oggi è un museo. Nel suo cortile decorato con maioliche bianche e blu in passato c’era una scuola e ogni anno vi si iscrivevano circa quattrocento bambini ebrei. Ancora, il cimitero ebraico Miaara con tombe anonime, circa ventimila; solo alcune recano il nome del defunto, di solito un importante esponente della comunità ebraica. È un cimitero cristallizzato nel tempo, non ci sono nuove sepolture e le tombe presenti sono mute. Affascinante il contrasto con le mura della Medina e i minareti sullo sfondo. Oggi nella Mellah di ebraico rimane molto poco, la popolazione che abita il quartiere è musulmana, ma camminando per gli stretti derb, i vicoli, si può notare come le abitazioni siano le più alte di Marrakech, tipico dei ghetti, in ogni parte del mondo. Il bazar del quartiere ebraico vende più o meno gli stessi prodotti che si trovano nei suq di Marrakech, tuttavia appare più autentico, forse per il minor afflusso di occidentali. Inoltre si trova ancora la merce esposta in grande quantità, nei sacchi, a differenza dei bazar centrali.

La ville nouvelle. Quando il Marocco diviene colonia francese, all’esterno della Medina viene costruita la ville nouvelle, la città nuova, interi quartieri moderni che permettono agli occidentali di vivere secondo le abitudini europee. Due sono i motivi per visitare la Ville Nouvelle: le Jardin Majorelle e il Musée Yves Saint Laurent. Nel 1966 Lo stilista e il suo compagno, Pierre Bergè, scoprono Marrakech che diviene una fonte di ispirazione per le sue collezioni. Ma anche un luogo di fuga e pace rispetto alla frenesia di Parigi.

Marrakech non è soltanto rossa, è anche blu. Il blu Majorelle, un colore splendido che l’ha resa celebre il tutto il mondo. Le Jardin Majorelle è il giardino più visitato di Marrakech. Ha una storia affascinante: il pittore Jacques Majorelle, infatuato di Marrakech, nel 1923 compra un terreno, fuori le mura, e crea un giardino lussureggiante; nel 1931 costruisce anche la sua casa all’interno del giardino. Nel 1947 decide di aprire al pubblico il giardino tropicale. Le Musée Berbère, la splendida villa di Majorelle, oggi è un museo sulla cultura berbera in Marocco. Al suo interno pezzi favolosi, in particolare i monili in argento, finemente cesellati, indossati dalle donne berbere. Infine la Galerie Love, dove una sala è dedicata ai biglietti augurali che Yves Saint Laurent disegnava personalmente ogni Natale per spedirli ai suoi clienti più cari e agli amici. Sempre in Rue Yves Saint Laurent, la via del Jardin Majorelle, si trova il museo dedicato allo stilista.

Ho molto amato Marrakech che, pur presentando i tratti tipici di una città nordafricana, ha qualcosa in più, qualcosa che va oltre la sua indiscutibile bellezza, oltre il suo fascino arabo, oltre la commistione di culture che l’hanno resa celebre. Marrakech è il profumo inebriante del pane venduto per strada che ogni mattina avvolge la Medina. Marrakech con le sue cicogne che dimorano sulle alte mura della Kasbah e vegliano sulla città. Marrakech è il the alla menta, dolcissimo e profumato, che viene offerto con la vera e cordiale ospitalità marocchina, con cui si accompagnano non solo dolci, ma cous cous e tajine  piatti ricchi dal sapore antico. Marrakech è il rosa e il rosso dei suoi derb, i vicoli della Medina, dei qissariat, vicoletti spesso ciechi e senza nome. Marrakech confusionaria, faticosa, calda e fredda nello stesso giorno, difficile, ma unica, pronta ad accogliere chi sa guardare oltre.