di Mario Verre – critico d’arte

L’esperienza creativa di Marco Raffaele prende avvio alla fine degli anni Novanta. L’artista, al pari del suo famoso concittadino Mimmo Rotella, subisce il fascino della realtà urbana tanto che le sue iniziali proposte artistiche si materializzano sotto forma di murales miranti a colmare i vuoti visivi presenti nel paesaggio artificiale della città; si tratta di lavori che risentono dell’influenza del graffitismo internazionale. Le opere recenti invece si suddividono in 2 filoni: da una parte sculture in vetroresina “di riciclo”, per usare le stesse parole dello stesso Raffaele; dall’altra opere più o meno figurative nel suddetto materiale che aspirano alla dimensione spaziale. Nelle prime, costituite da penne, pennelli da pittore, bombolette, cioè oggetti facenti parte della classica attrezzatura da “pittore”, mostrati ed esibiti secondo canoni di compostezza e ordine e rivestiti di un unico colore, ad accentuarne duchampianamente il processo di decontestualizzazione dal loro habitat  usuale, cioè quello dello studio d’artista, l’utilizzo della vetroresina cristallizza gli oggetti e li consegna al nostro sguardo perché possano essere considerati scollegati dal loro banale utilizzo pratico nell’ottica di prodotti artistici.

Se da una parte l’artista conduce una riflessione sulle fatiche connesse al suo lavoro e sul senso del fare pittura, costruendo opere con gli “attrezzi da lavoro” dopo il loro più ovvio utilizzo, dall’altra Raffaele ravvisa in oggetti apparentemente insignificanti il valore della bellezza. La vetroresina blocca lo stato conservativo degli oggetti ad una precisa fase della loro esistenza, cioè poco prima che questi vengano ridotti a spazzatura, e li salva dalla distruzione rendendoli idealmente eterni attraverso la magia dell’arte. In queste sculture Raffaele propone un “nuovo realismo” esclusivamente incentrato sull’inserimento di oggetti quotidiani nell’opera. Invece nelle sculture figurative, popolate da strani esseri, a volte zoomorfi, in altri casi vagamente antropomorfi, che sembrano fuoriuscire anche con un filo d’ironia  e spensieratezza dalla parete, Raffaele sembra ricordarci quanto sia importante una buona dose di “leggerezza” calviniana per affrontare le brutture e i piccoli drammi della quotidianità.

Anche nei quadri l’artista si confronta con la vetroresina: alcuni accolgono nello stesso campo visivo sia motivi fondamentalmente figurativi, come volti dai tratti classici o raffigurazioni di velieri  (a rammentarci che l’arte è in buona sostanza un viaggio dentro e fuori di noi), che citazioni del dripping americano; nel caso delle immagini di volti (e si tratta di quadri- sculture) questi, quando ritraggono esseri viventi,  sono sommariamente definiti al punto da apparire ambigua la loro sessualità e nebulosi i tratti fisici e, nel caso in cui immortalino maschere astratte e dalle forme arcaiche, sono intrisi di valenze apotropaiche; in entrambe le circostanze le opere fluttuano in un’atmosfera di irrisolta inquietudine. Sia nei quadri che nelle sculture la vetroresina produce sulle superfici cristalline vibrazioni di luce che riflettono i palpiti di Raffaele per l’arte

L’artista sta riscuotendo successi anche all’estero: è presente nel catalogo delle opere della fiera internazionale Art Russia 2019 e dalla fine di novembre 2019 partecipa ad un’importante rassegna collettiva internazionale al Cremlino di Niznij Novgorod. Le sue opere sono visibili sul sito www.marcoraffaeleart.com, sul profilo Instagram raffaele_marco e su quello Facebook Marco Raffaele.

Marco Raffaele classe 1984,  dopo aver partecipato a mostre collettive in tutta Italia sta riscuotendo riscontri positivi anche all’estero: è presente nel catalogo delle opere della Fiera internazionale Art Russia 2019 e lo scorso novembre ha partecipato ad un’importante rassegna collettiva internazionale al Cremlino di Niznij Novgorod