di Elia Banelli

Da Joe Nesbo a Stig Larsson, passando per Camilla Lackberg, da un po’ di anni i lettori italiani, come gran parte di quelli del globo terracqueo, sono rimasti folgorati dall’esplosione di un genere letterario che include Svezia, Norvegia e Finlandia sotto un unico grande tetto: quello del così detto “giallo nordico”.

I motivi possono essere tanti, a volte noti, a volte misteriosi. I punti di forza sono senza dubbio la capacità di questa schiera di talentuosi autori di coniugare le tipicità del giallo inglese con il thriller americano, rendendo il genere più “avvicinabile” ai classici gusti europei. Una miscela sapiente di azione pulp e indagine introspettiva, di psicologia e sangue. Ambientazioni ibride, in cui il tepore di una tazza di cioccolata calda sorseggiata davanti alle fiamme di un camino, si armonizza con il gelido pupazzo di neve solitario sul vialetto difronte casa. Un altro motivo potrebbe essere l’inevitabile fascino “esotico” sprigionato da luoghi e paesaggi distanti dal business del “turismo di massa”, spesso poco conosciuti al grande pubblico di vacanzieri.

Non capita a tutti di imbattersi in «boschi imbiancati a cui seguono sterminate aree brulle, anch’esse innevate, e plumbei terreni paludosi, laghi immobili che evocano lunghe spianate, […] vicino al confine con la Norvegia, dove svettano alte montagne con picchi affilati»; oppure di scorgere «oltre la collina del parco di Skansen dove si intuisce il profilo della città che sembra fatta di fumi e ombre», in una «Stoccolma grigia, schiacciata sotto un cielo scuro” e avvolta da “una foschia quasi purpurea».

Nell’attesa di risolvere l’enigma di questo inarrestabile successo letterario, chiunque volesse approcciarsi al giallo nordico non può perdersi L’ipnotista di Lars Kepler, pseudonimo di una coppia di scrittori svedesi (i coniugi Alexander e Alexandra Ahndoril), divenuto il caso editoriale europeo del 2010. Il titolo potrebbe risultare ingannevole, poiché la figura dell’ipnotista, tale Erik Maria Bark, non assume mai davvero il centro della scena e la storia affronta il tema dell’ipnosi solo in superficie e con una terminologia comprensibile al grande pubblico (chiunque volesse approfondire in modo professionale farebbe meglio a rivolgere altrove le sue letture).

La trama è un continuo dipanarsi di diverse sotto trame che si intrecciano e si sovrappongono. Il plot ruota per lo più attorno al rapimento di Benjamin, il figlio dell’ipnotista più famoso di Svezia, Erik Maria Bart appunto, e delle lunghe e faticose ricerche per ritrovarlo, insieme alla moglie Simone e al commissario della polizia criminale Jonna Linna. Inquietante è un ragazzo di nome Josef Ek, in stato di grave shock per aver assistito al massacro di tutta la sua famiglia, che dopo essere stato trovato riverso in un bagno di sangue, non comunica più con l’esterno e nasconde forse qualche insondabile verità occulta.

Il testo è abbastanza scorrevole e nonostante le quasi seicento pagine si affronta con relativa scioltezza, nel solco dello stile narrativo che ha sempre reso godibilie commerciali i gialli svedesi. Non mancano i colpi di scena, i calibrati momenti di tensione, gli attimi di suspense dosati con cura e con una buona scelta di tempo. La trama si trascina verso un finale consolatorio e a lieto fine, utile a rassicurarci sull’idea che il Bene trionfi sempre sul Male, anche se ciò non corrisponde sempre alla vita reale.

Il difetto del romanzo è che eccede in alcune descrizioni ripetitive e a volte si dilunga in dettagli inutili o futili. Forse,  anche scrivendo un centinaio di pagine in meno, Lars Kepler, alias i coniugi Ahndorial, avrebbe ugualmente confezionato una buona storia, avvincente quanto basta, nonostante l’inevitabile difficoltà di coniugare lo stile di due autori comunque diversi. Lo sforzo a quattro mani risulta  infine apprezzabile, altrimenti questa recensione non sarebbe mai esistita. Consigliabile sotto l’ombrellone, tra pareti di plexiglas in spiaggia o tra le mura domestiche durante la quarantena.
Buona lettura.