di Isabella Ricci – psicologa e psicoterapeuta  www.benesserepsicologico.net

Lasciar andare è uno dei sette pilastri della mindfulness, il metodo di riduzione dello stress ideato dal biologo americano Jon Kabat-Zinn. È  il principio del non accanimento verso le cose. Esiste una sottile differenza tra il non mollare la presa e l’accanirsi verso situazioni che non è in nostro potere modificare e che quindi è saggio accettare e saper lasciar andare.

Di questo principio Kabat-Zinn ci parla nel suo testo Vivere momento per momento raccontando un aneddoto su una trappola per scimmie usata in India: una noce di cocco viene forata e al suo interno viene inserita una banana; poi si fanno due buchi più piccoli, vi si fa passare una corda e si lega la noce di cocco alla base di una palma. La scimmia scende dall’albero per prendere la banana: infila la zampa nel foro praticato in modo che la mano aperta ci passi, il pugno no: una volta che afferra la banana non riesce a liberare la zampa: le basterebbe lasciare il frutto per salvarsi la vita. Invece la scimmia non molla la presa e viene catturata.

La stessa cosa succede quando ci ostiniamo ad accanirci nelle situazioni complicate della nostra vita: non vogliamo mollare a tutti i costi, ma c’è una sottile differenza tra la resa e la decisione consapevole di cessare la nostra guerra quando essa si rivela inutile. La ricompensa del saper lasciar andare la sofferenza non necessaria è la pace mentale. Perché ogni cosa va e viene, nessuna condizione è permanente, nessun equilibrio è definitivo, la vita è sempre in movimento e in continuo cambiamento, noi stessi cambiamo. Come scrisse anche il filosofo Eraclito in uno dei suoi frammenti “non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume”, perché la seconda volta quel fiume non è più lo stesso, ma il continuo divenire naturale delle cose lo ha già cambiato.

Impariamo dunque a lasciar andare tutto quello che non ci è dato cambiare, soprattutto le persone, le relazioni che ci rendono infelici e che ci procurano sofferenza interiore, perché il cambiamento non va temuto, il cambiamento è naturale: opporvi resistenza e armare battaglie non è segno di forza; la perseveranza a volte non premia e la resa consapevole può essere il migliore atto di amorevolezza verso se stessi.