di Fabio Lagonia

Per tutto il 2020 sulla tomba di Raffaello, al Pantheon di Roma, sarà posta una rosa rossa per celebrare i cinquecento anni dalla sua morte e indicare il luogo in cui – per sua stessa volontà – ne sono conservate le spoglie. Se il 2019 è stato l’anno del grande Leonardo, questo corrente è dedicato, dunque, al maestro urbinate, scomparso ad appena 37 anni il 6 aprile del 1520. Ma, si badi bene, non è la sua precoce dipartita da questo mondo ad averlo reso un mito, quanto il suo essere un artista abile e straordinariamente capace di parlare in modo diretto a chiunque osservi le sue magnifiche opere, oggi ospitate nei musei di mezzo mondo. Questa immediatezza di linguaggio fa il paio con la bellezza del suo tratto icastico di “divin pittore” in cui alligna il senso di grazia che esprime l’aspirazione all’armonia tipica dell’Umanesimo e del Rinascimento: in tal senso, egli  non fu un innovatore o un rivoluzionario ma un geniale e superbo figlio del suo tempo orientato alla bellezza. Non è un caso infatti che sia consueto affermare o sentir dire “bella come una Madonna di Raffaello” per asseverare, appunto, un gusto artistico intramontabile e universale, che il cardinale e umanista Pietro Bembo volle omaggiare con queste parole incise sulla tomba dell’Urbinate:  «Qui giace Raffaello dal quale, mentre era in vita, la Natura temette d’essere vinta e, quando morì, temette di morire anch’essa».