Una ricchezza per l’economia di tante piccole comunità calabresi

di Teobaldo Guzzo

Nella civiltà dei consumi sono venute meno tante piccole attività artigianali; tuttavia in molte località rimangono ancora ben vive alcune tradizioni lavorative che sotto il nome di “artigianato artistico” si tramandano di generazione in generazione. Questo è un settore in cui  la dimensione dell’arte si coniuga con il senso del bello: non si tratta soltanto di trasformare la bruta e grezza materia prima in raffinati prodotti di inconfondibile originalità e di ineguagliabile qualità, ma si offre anche la possibilità di recare un contributo serio alla promozione, allo sviluppo e alla valorizzazione dell’economia locale. Comunemente intese, le tipiche creazioni artigianali locali rientrano nell’ampio ventaglio delle cosiddette “arti minori“, le quali, per prassi e per ragioni ampiamente consolidate,  comprendono ad esempio le attività del tessere, del ricamare, del merlettare; del forgiare il ferro e del fondere e cesellare i  metalli; dell’intarsiare il legno, dell’intrecciare i vimini e i giunchi, ed includono tutte le altre opere che, ispirate ad eccelse capacità pratiche,  caratterizzano le diverse comunità. Qui, nello specifico, descriviamo ciò che persiste in Calabria.  Allorquando le citate creazioni dell’artigianato artistico vengono inserite nel paniere delle arti minori, non si vuole compiere, né dal punto di vista estetico né da quello prettamente qualitativo, una falsa valutazione rispetto a quel gruppo di arti classificate come arti maggiori.  Definendo artisti minori, ad esempio, le tessitrici e le ricamatrici, gli orafi e i gioiellieri, gli intagliatori e gli ebanisti, i ceramisti ed i marmisti, i forgiatori e i fonditori, non s’intende sottovalutare i manufatti che escono dalle loro mani con perizia ultracentenaria. Il minore unito ad arte non sta ad indicare qualcosa di secondario, di inferiore. Tutt’altro.  L’arte minore comprende un manufatto, che, curato dalle mani dell’uomo in ogni suo particolare, si presenta l’uno diverso dall’altro.

Altro chiarimento è d’obbligo. Nel discorso che stiamo facendo il richiamo concettuale ad “arti minori” e ad “arti maggiori” non deve generare confusione storica alcuna, nel senso che giammai si vuole riattualizzare quella bipolarità d’epoca  medievale tra le sette arti maggiori e le quattordici arti minori. Per arti minori, in questa sede, il riferimento  è soltanto agganciato al comparto  dell’artigianato artistico concepito come fenomeno culturale, quindi come espressione di identità e di appartenenza.

Ed ora qualche particolare  specifico. L’arte della ceramica è molto antica, come attestano i reperti fittili restituitici dalla ricerca archeologica. I ceramisti di Squillace, al pari dei vasai di Seminara, riescono a far rivivere nelle loro opere il pathos dell’arte greco-romana. Non meno poveri di emozioni e di sensazioni sono tutte le altre opere fittili – dalle brocche alle cannate, dalle maschere apotropaiche alle pipe – prodotte in molti centri dell’Alto Jonio reggino (Locri, Gerace, Gioiosa, Roccella Ionica), nonché nelle comunità di Soriano, Gerocarne, Nicastro di Lamezia Terme, Altomonte, Bisignano, Marzi, Rende, Belvedere Marittimo, Trebisacce, San Marco Argentano, Corigliano. Sempre ricercatissimi sono i manufatti in vimini e in giunco (poltrone a dondolo, sedili e sgabelli, vassoi e cesti, portavivande e portariviste, portaombrelli e attaccapanni) lavorati a Conflenti e a Praia a Mare.

Forte interesse commerciale suscita la cestineria in filamenti di castagno, canna e paglia di Figline Vigliature, Campana, San Giovanni in Fiore, Serrastretta, Montepaone, San Procopio, San Giorgio Morgeto, Scilla, Delianova. Apprezzati e utili per il governo della cucina e delle dispense risultano i crivelli vegetali realizzati a Belmonte Calabro e a Crucoli. Sempre alta è la richiesta dei balconi in ferro battuto, di ringhiere per scale con motivi floreali stilizzati,  di lanterne e lampioni forgiati a Rossano,  Longobucco, Polistena, Nicastro, Vibo Valentia,  Gioia Tauro, Villa San Giovanni. Nel settore della lavorazione del ferro e dei metalli un posto particolare è occupato dai recipienti in rame di Dipignano completamente sbalzati a mano. Seppur di modesta produzione, pregiato è anche il settore degli strumenti musicali: tamburelli e zampogne  a San Giorgio Morgeto e, soprattutto la pregiata e rinomta liuteria  di Bisignano. Ricercate le pipe in radica di erica  lavorate a Brognaturo e a Villa San Giovanni.

Il pezzo forte delle arti minori calabresi è costituito, senza ombre di dubbio, dalla tessitura, praticata su tarlati telai di legno manovrati dalla combinazione mani-piedi. Non si esagera se si dice che il ricamare rimane un’arte che le poche artigiane di Tiriolo, ad esempio, hanno acquisito con il latte materno. Non meno rilevante è l’arte del merlettare, eseguita sul tombolo con l’intreccio di decine di fuselli. E con  Tiriolo, anche a San Giovanni in Fiore, a San Luca, Roccaforte del Greco,   Gerocarne, a Longobucco, a Cariati, a Cetraro, a San Martino di Finita, a Nicastro, a Mammola, a Polistena, ancora oggi il vecchio e consunto telaio in legno continua a diffondere il melodioso ticchettio prodotto dallo scorrere della navetta tra l’ordito e la trama, con quell’antico fascino e con quell’intima suggestione mirabilmente riportati sulla carta dalla penna di Padula nella lirica “Il telaio”. Pregiata è la seta di Cortale, dove artigiani attenti e sensibili mantengono intatta una tradizione secolare. A Tiriolo il manufatto tessile oggi più commercializzato è il  vancale, scialle di lana o di seta, generalmente su fondo nero, frammezzato da strisce colorate e da filamenti dorati. Oltre che nell’abbigliamento femminile, il vancale, ovvero il “bel vancale” di Tiriolo, come lo definisce il meridionalista Giuseppe Isnardi in un saggio del 1936, è il capo più prezioso dell’antico costume femminile della pacchiana, e trova largo impiego pure nell’arredamento moderno o come arazzo o anche come copri-panca. Più di un capo dell’abito della pacchiana di Tiriolo è ricco di ricami  e di  merletti; ecco qualche particolare: l’estremità del panno, di colore rosso castoro (pannurussu ‘e castoru), è guarnito da una fascia di una decina di  centimetri ricamata con motivi che si rifanno all’antico splendore dell’arte magnogreca. E ricamati nastri arricciati a ciocca adornano il corpetto in broccatello di seta (‘u ‘jippune cu i tuppi e l’arriciatina), ed è pure ricamato il colletto circolare che copre, sul petto, la parte anteriore del collo (‘u ricciu). E ricamati sono il copricapo (‘a tuvagghia cu ‘a mendulatura), i manicotti per le braccia (‘e maniche) ed il grembiule (‘u mantisinu) di colore scuro legato all’altezza della cintola

Dall’itinerario sopra percorso sono forse pochi gli artigiani rimasti a coltivare arti tanto antiche quanto nobili. È  altrettanto vero che esse possono innescare processi produttivi a più largo raggio con inevitabili positivi benefici per l’economia.