Quarant’anni di occultamenti e depistaggi

di Alessandro Benedetti – avvocato e docente universitario di Diritto penale progredito

Il 27 giugno 2020 sono 40 anni dalla tragica sera in cui il DC9 della compagnia aerea Itavia si inabissò nel mar Tirreno, quasi all’altezza dell’isola di Ustica, diventando la bara di 81 persone tra passeggeri e personale dell’equipaggio. Molti articoli di stampa, documentari, film hanno cercato di illuminare il mistero di quella notte e, più autorevolmente, hanno fatto commissioni parlamentari, inchieste giudiziarie, un processo penale e svariati giudizi civili. Molto è stato chiarito ma moltissimo è ancora avvolto in un fitto e apparentemente impenetrabile mistero. Vale la pena ricapitolare luci ed ombre.
Il volo IH870 ha interrotto bruscamente il suo percorso per cause da esso indipendenti, e quindi non per un cedimento strutturale come in principio voci “autorevoli” quanto in malafede avevano fatto ipotizzare (si parlò di “carrette dei cieli”). Questo è un dato assolutamente certo e indiscutibile. Agli eredi del proprietario della compagnia aerea Itavia, ingiustamente diffamata, calunniata, travolta e fallita a causa del disastro, è stato riconosciuto il risarcimento per gli enormi danni, patrimoniali e non, subiti. Danno che dovrà essergli corrisposto – così come ai parenti di alcune vittime – (dopo 40 anni!) dai Ministeri dei Trasporti e della Difesa per non aver protetto il nostro spazio aereo quella sera e per avere (il Ministero della Difesa in persona di diversi militari suoi dipendenti) ostacolato le indagini occultando la verità.

L’unico processo penale celebratosi presso la Corte di Assise di Roma all’inizio di questo secolo per attentato agli organi costituzionali (una sorta di depistaggio) nei confronti di quattro generali, allora ai vertici dell’Aeronautica Militare italiana, si è concluso in primo grado con una pronuncia di piena assoluzione per due di loro e con una assoluzione per intervenuta prescrizione per il capo di Stato Maggiore e il suo vice. La sentenza, pur non esprimendo una valutazione sulle cause del disastro (bomba, missile o quasi collisione con un altro aereo militare, certamente straniero), ha evidenziato come il DC9 sia precipitato nel mentre almeno un velivolo di altra nazionalità intersecava la sua rotta.
I due imputati, assolti solo perché il reato dopo 20 anni si  era prescritto, avrebbero avuto notizie rilevanti su quanto accaduto ma le avrebbero volutamente nascoste alle autorità politiche e giudiziarie. Il successivo processo di appello ha ribaltato tale impostazione ritenendo più probabile l’ipotesi bomba e assolvendo i quattro generali da tutte le accuse loro rivolte. Il giudizio in Cassazione di fatto non si è potuto celebrare in quanto nel 2006 il governo Berlusconi, come ultimo atto del suo mandato, ha depenalizzato la fattispecie contestata agli imputati prevedendo, quale unica condotta idonea a turbare le prerogative del Presidente della Repubblica e del Governo, quella attuata con modalità violente e non – come prevedeva l’accusa nei confronti dei quattro generali della nostra A.M. – attraverso la sottrazione e l’occultamento di notizie rilevanti.

Il Mig libico, caduto sulla Sila tre settimane dopo il nostro aereo di linea, non sarebbe direttamente collegato alla strage,  ovvero non sarebbe stato coinvolto in una battaglia aerea la sera del 27 giugno 1980, anche se non si può escludere che lo sia stato indirettamente. A tale proposito il Presidente del Consiglio in carica il 27 giugno 1980, Francesco Cossiga, interrogato dalla Corte di assise di Roma in una sala del Senato (prerogativa di chi è stato Presidente della Repubblica), dopo aver sdegnosamente rigettato ogni “insinuazione” e negato di aver mai posseduto informazioni rilevanti sull’accaduto, subito dopo la definitiva assoluzione dei generali ha dichiarato in un’intervista di aver saputo dai vertici dei nostri servizi segreti dell’epoca che il DC9 era stato colpito da un missile francese nell’ambito di un tentativo di abbattere l’aereo in cui si trovava il leader libico Gheddafi.

Tutte le numerose sentenze civili susseguitesi, alcune di esse già passate in giudicato, hanno rigettato l’ipotesi di una bomba a bordo come quella del cedimento strutturale ed hanno accertato che la caduta del DC9 sia avvenuta in un contesto di guerra ed in presenza di più di un velivolo militare straniero nelle sue vicinanze al momento della caduta. Non hanno invece stabilito con certezza se la causa dell’abbattimento dell’aereo sia stata dovuta all’esplosione di un missile (ipotesi considerata comunque più probabile) o alla near collision con uno dei velivoli militari che volavano ad esso vicini.
Le svariate rogatorie effettuate dalle nostre autorità giudiziarie e le mille richieste di chiarimento inoltrate, in particolare ai governi di Francia e USA, non hanno portato a nessun risultato di rilievo.

Ma perché tanta fatica per accertare la verità nonostante tutte le energie e i mezzi profusi in particolare dalla nostra autorità giudiziaria? E perché a distanza di quarant’anni ancora non esiste una verità ufficiale ammessa e condivisa da tutti?

Per diverse ragioni. Perché all’epoca la tecnologia esistente non era minimamente paragonabile a quella attuale e le strumentazioni di bordo degli aerei, i radar dislocati sul nostro territorio che vigilavano i cieli nazionali e le comunicazioni esistenti tra i vari centri radar erano vetuste. Perché per riportare a galla la carcassa dell’aereo  ci sono voluti diversi anni con un evidente deterioramento delle possibili prove.
Perché l’Italia era un Paese a sovranità limitata, considerato politicamente inaffidabile dai più importanti stati aderenti alla NATO, e accusato di fare il doppio gioco a causa degli stretti rapporti intercorrenti con determinati leader africani e arabi (Gheddafi e Arafat).
Perché quella tragica sera è successo qualcosa di inconfessabile che, se conosciuto dall’opinione  pubblica nazionale ed internazionale, avrebbe dipinto quali “Stati canaglia” o terroristi, rispettabili Paesi occidentali e i loro leader; avrebbe rivelato ai cittadini italiani che non eravamo pienamente padroni dei nostri cieli; avrebbe fatto emergere connivenze, giochi di potere, tradimenti, voltagabbana e trame oscure; avrebbe provocato tensioni e crisi internazionali.

Tutto ciò lo abbiamo pagato con silenzi, paure, omertà, bugie, reticenze, distruzione di documenti e tanto altro. In tutte le guerre purtroppo ci sono sempre vittime collaterali innocenti, e i nostri indimenticati e indimenticabili concittadini, uomini e donne, bambini e anziani, studenti, operai, professionisti, piloti e assistenti di volo, con le loro bambole, valigie, sogni e desideri persi in fondo al mare, morti nel corso di una delle tante battaglie combattute in segreto durante la guerra fredda, fanno parte di questa categoria.

 

La battaglia combattuta dai parenti delle vittime dimostra che la verità bisogna cercarla. E si può ottenerla

di Daria Bonfietti – Presidente Associazione Parenti Vittime Strage di Ustica

Il 27 giugno 2020 ricordiamo il quarantesimo anniversario della strage di Ustica,  la storia di un aereo civile che si inabissò nel Mar Tirreno quella sera d’estate,  la storia di un’immane tragedia che ha visto la morte di 81 cittadini italiani.

Oggi, a quarant’anni di distanza, dopo lunghi anni di battaglie per appurare le cause di quel tragico evento, sappiamo la verità. Ce la consegna nel 1999 il giudice Rosario Priore, concludendo la più lunga istruttoria della nostra storia giudiziaria: “L’incidente è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea, guerra di fatto e non dichiarata […] sono stati lesi i nostri confini e i nostri diritti […] Nessuno ha dato alcuna spiegazione”.

Vi erano altri aerei quella notte nei cieli del Tirreno assieme al DC9 dell’Itavia, aerei americani, inglesi, francesi, belgi e alcuni con il trasponder spento, forse libici. Queste informazioni sono state fornite ai nostri giudici dagli esperti della Nato, ai quali essi si erano rivolti nel 1996 per  intercessione politica del Governo Prodi-Veltroni. Sappiamo altresì che questa verità era ben nota nell’immediatezza dell’evento, ma in ogni modo è stata occultata; sono stati distrutti su tutto il territorio nazionale nei vari siti radar  della penisola (allora ancora con personale dell’Aeronautica Militare), documenti, tracciati, prove,  qualsiasi elemento in grado di parlare della vicenda. E ricordiamo che ufficialmente si sostenne che la causa sia stato un “cedimento strutturale”.

Perché questa verità era così scomoda, cosi indicibile, così pervicacemente negata da indurre alla menzogna, alla soppressione di prove tanti uomini delle nostre istituzioni?

Perché evidentemente era ed è a tutt’oggi, indicibile quello che doveva avvenire.

Stanno uscendo gli atti di un convegno “1980 l’anno di Ustica – La situazione internazionale” che la nostra Associazione ha organizzato in collaborazione con l’Università di Bologna,  e che delinea una situazione di grande tensione. Siamo nel pieno di un virulento ritorno della “guerra fredda” al quale si accompagna un espandersi della crisi mediterranea nella quale emerge sempre più la figura del leader libico Gheddafi come grande nemico dell’Occidente e in particolare di Francia e Stati Uniti. Questa è la realtà politico-militare nella quale si compiono azioni più o meno coperte che non si rivendicano e neppure si denunciano; in tale realtà può essere collocata anche la tragedia di Ustica, all’interno di un tragico confronto tra Libia, Francia, Stati Uniti e Italia.

Ora, la nostra battaglia per conoscere tutta la verità, anche gli autori materiali dell’abbattimento di un aereo civile in tempo di pace, continua. La magistratura romana sta ancora facendo rogatorie e indagini presso i Paesi presenti con i loro aerei quella notte nei nostri cieli, Francia, Usa, ecc, e noi continuiamo a chiedere al Governo del nostro Paese che si attivi con più forza e determinazione nei confronti dei Paesi amici ed alleati per pretendere la verità;  io, noi tutti,  parenti delle vittime,  continuiamo  a credere sia un problema di dignità nazionale ineludibile.

Oggi continuiamo anche a fare memoria di questa immane tragedia, attorno al Museo per la Memoria di Ustica che vede la presenza del  relitto del DC9,  simbolo della nostra battaglia per la verità, ripescato  e poi riportato a Bologna nel 2007. In questo luogo assieme al DC9 dell’Itavia “dialoga” l’installazione  di Christian Boltanski, artista contemporaneo di fama mondiale, che con il linguaggio dell’Arte ci aiuta a dare futuro alla memoria dei nostri cari. Centinaia e centinaia oggi sono le persone, gli studenti, i cittadini italiani e stranieri che lo visitano e si commuovono e leggono e ci lasciano un messaggio, per ricordare, per non dimenticare.