di Luigi Polillo

 

Agli albori della storia dell’arte sembra vi siano elaborazioni di forme elementari e probabilmente anche una specie di scultura. L’invenzione dell’arte varia con l’età dei popoli e in relazione all’instaurazione precoce o tarda del culto divino, ed è per questo che gli Egiziani, ancor prima dei Greci, cercarono di raffigurare in modo visibile tutto ciò, allo scopo di adorare le forze superiori nate dalla loro fantasia. La scultura che più mi affascina non è solo quella degli importanti ritrovamenti archeologici o dei grandi maestri della storia dell’arte esposta in spazi museali, ma anche quella che viene collocata all’esterno e resa fruibile attraverso un’integrazione con il visitatore, ossia la scultura moderna, la quale si è profondamente rinnovata, seguendo anche l’indirizzo astratto della pittura, e impiegando materiali nuovi o di riciclaggio destinati alla costruzione di oggetti o strutture.

Un richiamo primitivo, unito ad una specie di nostalgia dell’assoluto, è l’opera scultorea del rumeno Costantin Brancusi, precursore della moderna scultura astratta. Lo stesso senso del primordiale e del mitico lo ritroviamo nel grande scultore inglese Henry Moore: le sue statue sembrano lavorate dalle forze della natura, dall’acqua e dal vento, in un ritmo continuo di vuoto e pieno, di concavità e convessità. La scultura moderna, dunque, a mio modesto avviso, è rivolta alla collettività; essa è destinata a generare quel dialogo meditativo tra arte, natura e uomo, grazie alla sua imponente valenza estetico–concettuale; come non citare, a fronte di tale riflessione, i giganti del Parco della biodiversità di Catanzaro: Tony Cragg, Jan Fabre, Michelangelo Pistoletto, Mimmo Paladino, Mauro Staccioli, Antony Gormley, i quali trasformano un luogo silenzioso in un tempio di bellezza, dove la collettività dialoga in perfetta armonia con essi, segnando la percezione visiva di ogni visitatore. Ed ancora le opere in ceramica degli artisti Bertozzi e Casoni, depositari di un significato occulto, spudorati nella denuncia di un frenetico consumismo e di un inquinamento ambientale e morale dell’essere umano. Nella loro scultura essi riescono a circoscrivere le proprie passioni e i propri desideri; con un’ossessiva e maniacale attenzione al particolare inducono il fruitore a interrogarsi e a ricercare all’interno di sé una risposta. Si assiste dunque ad un’estetica sublime e adorniana; da qui lo spunto per un’ulteriore riflessione: “Solo l’arte può venire incontro all’esigenza di contrapporsi al mondo odierno, fondato sull’identità assoluta e sull’esclusione del diverso, ferito dalle traumatizzanti esperienze storiche del Novecento”.