Il racconto, le fotografie e le emozioni suscitate dalla discesa su questo relitto, adagiato sul fondo sabbioso a mezzo miglio dalla costa trapanese. Un’esperienza unica

Testo e foto di Giovanni Laganà

 

8 luglio 1978. Mentre l’Argentina continua a festeggiare la prima vittoria della Coppa del Mondo di calcio dopo una memorabile finale contro l’Olanda, alle ore 11.40, lui inizia ad affondare, dopo una lenta agonia, legato alla catena dell’ancora che lo aveva fino a quel momento sostenuto nelle acque antistanti il paese di San Vito Lo Capo (TP).

Nel suo ultimo viaggio, guidato da Liakas Hristos ed accompagnato da 10 persone, era partito da Siracusa diretto in Nigeria e, chissà per quale strana motivazione, portava con sé un carico di Corani, degli zampironi e tante sigarette.

Nato nel 1957 da “madre cipriota e padre greco” questo cargo da carico, con stazza lorda di 783 tonnellate, solcò i mari fino a quel pomeriggio del 7 luglio 1978, quando un incendio lo assalì irrimediabilmente senza tuttavia conseguenze per coloro che erano assieme a Lui. Nessuno avrebbe potuto immaginare cosa stesse per accadere nell’attimo in cui, affondando per sempre, il Mediterraneo lo avrebbe accolto amorevolmente nel suo grembo per farlo poi risorgere a nuova vita.

Lui – il Kent – giace nel suo fiero assetto di navigazione da più di quarant’anni, sul fondo del mare a circa 50 metri ed è uno dei relitti più ricercati dall’intera comunità subacquea per la colonizzazione unica delle sue strutture e per l’incredibile fauna che riesce ad ospitare. Più volte – ahimè con poca fortuna – avevo pensato di programmare qualche tuffo che mi avrebbe consentito di ammirarlo e nello stesso tempo fotografarlo nei suoi unici ed inconfondibili particolari. Ma come tutti gli eventi più belli che spesso accadono senza volerlo, è stato galeotto l’incontro casuale di una domenica soleggiata post lockdown con Gabriella e Roby – subacquei esperti e prudenti – assieme ai quali decidiamo di trascorrere il ponte del 2 giugno lontano da casa. Con Evelyn, incentivati dall’entusiasmo straripante dei nostri due amici, capiamo che era doveroso dare un’altra possibilità a San Vito Lo Capo dal momento che, due anni prima, condizioni meteo oltremodo inclementi ci avevano purtroppo annoverato tra i pochi, forse gli unici, a non rimanere estasiati dalle bellezze naturali di quei luoghi incantevoli.

“Faremo il Kent” era la ricorrente affermazione che intercorreva fra Roby e me nel corso delle telefonate che precedevano il viaggio; ed io, quasi a convincermi che uno dei miei sogni nel blu stava per concretizzarsi, salutavo telefonicamente Evelyn come ogni sera trasferendole la mia emozione con una frase ricorrente: “Buonanotte tesoro, faremo il Kent”.

Non potevo però mai immaginare che, arrivando nel tardo pomeriggio al Nautisub, Roberto De Caro – maestro di subacquea ed appassionato di mare come pochi – ci preannunciava subito il Kent come primo tuffo nel mare di San Vito e che, se solo l’avessimo apprezzata, l’immersione si sarebbe potuta replicare nei giorni successivi.

Con Gabriella e Roby abbiamo incrociato gli sguardi in segno di gioiosa condivisione ed io, nello stesso tempo, mi sono sentito onorato per il fatto che Roberto De Caro, del quale fino a quel momento conoscevo solo le imprese magistrali, mi stava donando la sua fiducia già dal primo tuffo. Ho pochi dubbi che in tutto questo non ci sia stata però la complicità dei miei due compagni di viaggio che hanno garantito sulla mia affidabilità.

Nelle settimane precedenti avevo virtualmente “studiato” il Kent solo attraverso i racconti di Francesco Turano e le più recenti foto di Daniele Corsini. In tal senso mi aveva sorpreso molto che Francesco, non proprio amante dei relitti, non si sforzasse di farmi capire che di quello mi sarei invece innamorato esattamente come era accaduto a lui nei dieci anni che aveva trascorso in quel lembo di Sicilia. Ero tuttavia consapevole che, per vivere appieno il fascino di un relitto carico di vita come il Kent, fosse fondamentale “incontrarlo” immergendosi ed osservandolo con l’ausilio imprescindibile di fotocamera e fish – eye montati, per l’occasione, sulla mia custodia.

Dopo una notte trascorsa in parte a studiare ancora, il giorno successivo salpiamo dal porto e, fatte poche miglia di navigazione, ci troviamo con la barca assicurata al pedagno (boa di segnalazione) nello specchio acqueo di fronte alla vecchia tonnara tra Punta Spadillo e Punta Forbice.

I preliminari fondamentali del briefing, doverosamente approfondito per un’immersione non comune, lasciano lo spazio alla perentoria affermazione di Roberto De Caro che, con piglio deciso, riesce ad aumentare il nostro livello di adrenalina e nello stesso tempo infondere la giusta serenità.“Visibilità eccellente ed assenza di corrente” – esclama. “Giovanni stammi attaccato per non perdere i particolari che ti indicherò, compreso il Riccio melone che hai promesso ad Evelyn. Abbiamo scorta d’aria sufficiente e se devi soffermarti a fotografare non preoccuparti, fai con calma”.

Musica per le mie orecchie; ancor di più quando anche Gabriella e Roby mi offrono il loro supporto finalizzato alla ricerca dei “famosi scorfani del Kent”. Già, gli scorfani. Sono loro infatti i principali protagonisti del teatro faunistico vivente su quel relitto sul quale, a partire dalla coperta attestata alla quota di 38 metri, ti accolgono… quasi ti stiano aspettando. E lo fanno in un ambiente insolito, ma probabilmente più adatto di altri se si considerano le abitudini di quei pesci in ordine alla disponibilità di cibo e al tipo di rifugi offerti dallo scafo che ne rappresenta una dimora confortevole, in buono stato di conservazione e letteralmente colonizzata dalle più svariate forme di vita.

Gli scatti si susseguono e Roberto mi invita a proseguire verso il fondo, mentre seguo con lo sguardo Gabriella e Roby intenti a sbirciare gli interni del gigante senza tuttavia penetrarvi troppo. Difficile tentare di descrivere la nuova vita donata dal Mare Nostrum al Kent che sembra continuare a navigare sul fondo; difficile immaginare come un immenso corpo estraneo sia stato “adottato” e trasformato in un’oasi in cui la diversità biologica lascia stupefatti gli osservatori attenti.

L’unica “arma” in mio possesso è la fotocamera, con la quale tento di riportare in superficie le claveline (animali marini) che aderiscono al ferro del relitto, le spugne a guisa di cannule protese verso l’alto, gli sciami di castagnole, i numerosissimi gamberi rossi e qualche timida aragostina pronta a ritirarsi al minimo segno di pericolo.

Memore della sufficiente scorta d’aria, colgo l’invito di Roberto a spingermi qualche metro più giù, dove la nave è adagiata sul fango. Ancora sorprese di vita: le gorgonie aderiscono alle paratie ed una splendida Eunicella verrucosa dal bianco candido – specie  alquanto rara – è l’ultimo scatto prima della risalita. Solo perché in posizione non favorevole di luce, tralascio di immortalare qualche pagina di Corano ancora presente sul fondo e mi faccio trasportare da una sensazione di benessere riprendendo pian piano la quota della coperta.

Stranamente non seguo una direzione precisa, pervaso da un presentimento simbolicamente rappresentato da uno scorfano che mi invita a seguirlo, quasi a volermi indicare qualcosa che sicuramente mi avrebbe trattenuto, ancora per un po’, in fondo al mare. Le bolle di Gabriella e Roby sono vicine, mentre Roberto è in direzione della cima di risalita.Tutto sotto controllo, in linea con le indicazioni del briefing, a meno dello scorfano che, poggiandosi lentamente sul piano, cerca di attirare la mia attenzione: in quel momento la nuova vita del Kent mi offre un’immagine sensazionale rappresentata da una Stella gorgone semiaperta, arricciata su di un montante colonizzato da una spugna arancione che riprende gli stessi colori dello scorfano. Dapprima penso all’ulteriore regalo che dopo il Riccio melone sarei riuscito a fare ad Evelyn, e immediatamente dopo penso al miracolo che la natura riesce a compiere fino a quando l’uomo riuscirà a lasciarla davvero in pace. Pensieri racchiusi in pochi secondi. Gli stessi che, nel frattempo, erano stati sufficienti a Gabriella, Roby e Roberto per raggiungermi grazie ai miei gesti di richiamo ed ai lampi dei flash che si susseguono senza soluzione di continuità.

Avrei continuato a fotografare ancora a lungo ma la scorta d’aria, per quanto sufficiente, non è mai infinita. L’unico “conforto”, in quel momento, è la promessa di Roberto: qualora avessimo apprezzato, l’immersione si sarebbe potuta replicare.

Come nei giorni a venire, anche mentre scrivo, ho in mente il Kent il quale, nonostante la vicissitudine di un evento nefasto che fu causa del suo inabissamento, non avrebbe fatto parlare di sé qualora il mare non lo avesse abbracciato e reso parte integrante del mondo sommerso, ridonandogli un’anima ed ergendolo, nel contempo, a simbolo di una natura che, pur in sofferenza, non finisce mai di stupire.