di Stefano Luconidocente di Storia degli Stati Uniti d’America all’Università di Padova

 

Le tredici colonie inglesi in America del Nord, sorte a partire dal 1607, conservarono a lungo un’ampia autonomia amministrativa per la convinzione di Londra che l’autogoverno fosse la chiave della loro prosperità economica e indirettamente della ricchezza della madrepatria. Questa politica mutò alla fine della guerra dei Sette Anni (1756-63). Per sconfiggere la Francia, la Gran Bretagna si indebitò profondamente e, dal momento che il conflitto era stato combattuto anche in America, il Parlamento di Londra chiamò pure le colonie a coprire i costi della vittoria militare, aumentando la pressione fiscale a loro carico. Per gli inglesi residenti al di là dell’Atlantico, al danno finanziario di versare più tasse, si aggiunse anche la beffa. Il successo sulla Francia permise alla Gran Bretagna di annettersi un’ampia area nordamericana, tra i monti Appalachi e il fiume Mississippi, a ridosso degli insediamenti esistenti. I coloni miravano a espandersi in questo territorio, ma il re Giorgio III glielo vietò per impedire che entrassero in contatto con i nativi americani della regione, in quanto i combattimenti che ne sarebbero inevitabilmente scaturiti avrebbero comportato ulteriori spese militari.

I coloni si trovarono così a dover pagare per una guerra vittoriosa di cui non godevano i benefici. Si appellarono, pertanto, all’illegittimità dell’incremento delle tasse poiché la decisione era stata presa da un Parlamento nel quale non potevano eleggere propri deputati. La madrepatria respinse l’obiezione, rifacendosi al concetto della rappresentanza virtuale: i membri della Camera dei Comuni non erano espressione dei singoli distretti che li avevano materialmente votati, bensì di tutta la nazione britannica, perfino delle lontane propaggini transatlantiche dell’Impero. Per i coloni, però, la posizione di Londra era insostenibile perché non si sentivano rappresentati da deputati che avevano ricevuto il mandato parlamentare in circoscrizioni distanti più di 3.000 miglia dall’America. Fino ad allora non era emerso un sentimento nazionale americano e i coloni avevano protestato nella veste di cittadini inglesi che intendevano tutelare i loro diritti di sudditi di sua Maestà. Ma argomentazioni di questo genere erano il primo passo per sostenere che gli insediamenti nordamericani fossero qualcosa di diverso dalla Gran Bretagna e, dunque, contenevano in embrione la rivendicazione dell’indipendenza.

I coloni stabilirono di boicottare le merci inglesi per costringere Londra a revocare le misure fiscali sgradite, arrivando il 16 dicembre 1773 a compiere il gesto eclatante di gettare nelle acque del porto di Boston le casse di tè che la Compagnia Britannica delle Indie Occidentali si accingeva a scaricare. Ma, in principio, non vollero rompere le relazioni con la madrepatria. Il 19 aprile 1775, tra le cittadine di Lexington e di Concord in Massachusetts, avvennero i primi scontri a fuoco tra gli oppositori della politica inglese e le truppe britanniche. Due mesi dopo, il Congresso continentale, l’organo di coordinamento tra i delegati delle colonie, dispose il reclutamento di una milizia di 20.000 uomini da contrapporre alla madrepatria. Tuttavia, il successivo 5 luglio, la stessa assemblea inviò a Giorgio III una petizione per aprire una trattativa sulle disposizioni fiscali e invertire quella che riteneva una degenerazione tirannica delle istituzioni britanniche.

In quel momento la posizione dei coloni era ancora quella di sudditi fedeli che cercavano di riportare il Re e il Parlamento al senno perduto. La reazione del sovrano, però, chiuse i residui spazi per negoziare. Il Prohibitory Act del 22 dicembre 1775 privò le colonie della protezione della Corona e impose un embargo commerciale per strangolarle economicamente. Per un delegato del Massachusetts, John Adams, il provvedimento equivaleva all’espulsione delle colonie dall’Impero e, dunque, bisognava prendere atto in modo formale dell’avvenuta separazione dalla madrepatria. Nel gennaio del 1776, le istanze di indipendenza furono rafforzate dalla pubblicazione di Common Sense, un vero best seller dell’epoca. L’autore, Thomas Paine, sostenne che un’isola non poteva dominare un continente e che le colonie avevano ricevuto solo danni dall’appartenenza all’Impero britannico. Eppure, sebbene i combattimenti con la madrepatria fossero già in corso, prima dell’approvazione della Dichiarazione d’Indipendenza, il 4 luglio 1776, trascorsero altri sei mesi. Alcuni maggiorenti frenarono questo esito nel timore che la guerra per l’indipendenza si trasformasse in una rivoluzione sociale che avrebbe spazzato via il loro potere. A rompere gli indugi fu la consapevolezza che la sproporzione delle forze in campo impediva il successo dei nordamericani sul terreno di battaglia senza un aiuto esterno e che quest’ultimo non sarebbe giunto fintanto che le colonie avessero continuato ufficialmente a fare parte dell’Impero britannico.

La Dichiarazione d’Indipendenza aprì la strada nel 1778 all’alleanza con la Francia. Il sostegno militare di questa potenza europea, soprattutto l’impiego della Marina per impedire alla Gran Bretagna di sbarcare rinforzi, fece prevalere le colonie. Dopo la vittoria dei nordamericani sulle truppe inglesi a Yorktown il 19 ottobre 1781, con il trattato di Parigi, firmato il 3 settembre 1783, Londra riconobbe l’indipendenza degli Stati Uniti. Tuttavia, il nuovo Paese sovrano non era per niente coeso. Il federalismo, la complessa formula per tenere insieme i singoli Stati che componevano l’Unione, tamponò solo temporaneamente la latente frattura tra il Nord in via di industrializzazione, caratterizzato dal lavoro di individui liberi anche in agricoltura, e il Sud agrario, che basava la propria economia sullo sfruttamento degli schiavi di origine africana. Fu necessario un nuovo conflitto militare – la guerra civile tra Nord e Sud, scoppiata nel 1861 e conclusa nel 1865 con l’abolizione della schiavitù – per rendere gli Stati Uniti una nazione vera e propria.

 

“… solennemente dichiariamo e proclamiamo, in nome e per autorità dei buoni popoli di queste Colonie, che queste Colonie Unite sono e devono di diritto essere Stati liberi ed indipendenti”. È il 4 luglio 1776

di Rocco Buttiglione – politico, saggista, accademico

La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti inizia con le parole seguenti: “Noi riteniamo che queste verità siano evidenti per se stesse, che tutti gli uomini sono creati eguali ed hanno ricevuto dal loro Creatore alcuni Diritti inalienabili e fra essi quelli alla vita, alla libertà ed al perseguimento della felicità”.

Fermiamoci per un attimo a considerare queste parole che costituiscono una pietra miliare nella storia della democrazia occidentale. I Padri Fondatori della democrazia americana ci dicono che esistono alcune verità di per se evidenti. La loro comunità politica  (il “Noi” con cui questo documento inizia) si fonda sul riconoscimento di queste verità. La comunità politica, dunque, si fonda sulla verità. Se usiamo la dichiarazione di indipendenza come un diagnostico per verificare lo stato di salute delle nostre democrazie troviamo qui una prima pietra di inciampo. È infatti largamente diffusa fra noi l’idea che la filosofia della democrazia sia il relativismo e che la verità sia nemica della democrazia. I Padri Fondatori sapevano benissimo che nella vita e nella politica le verità indiscutibili sono poche e che bisogna esaminare bene una proposizione prima di accettarla come vera. Sapevano però che alcune poche verità sono evidenti di per se stesse e proprio sul riconoscimento di queste verità si fonda la comunità politica. Non genera fanatismo l’affermazione di una verità? Chi crede in una verità non è necessariamente portato a volerla imporre agli altri, anche con la forza? Il rischio del fanatismo certamente esiste e, solo per fare un esempio, il fondamentalismo islamico lo mostra con evidenza. I Padri Fondatori risponderebbero che tutto dipende da quali verità si affermano e si pongono a fondamento della comunità politica. Passiamo dunque adesso alla seconda parte della frase iniziale che stiamo commentando. Le verità evidenti sono che gli uomini sono stati creati liberi ed eguali ed hanno alcuni diritti fondamentali fra i quali la vita, la libertà ed il perseguimento della felicità. Il rispetto della libertà dell’altro non deriva da un dubbio universale sulla verità ma dalla convinzione che esistono molti cammini verso la felicità e che ciascuno ha il diritto di cercarla a suo modo per il cammino unico e singolare che gli è proprio. In questo cammino è incluso anche il diritto all’errore (in buona fede). Nessuno può pensare la verità al posto di un altro e nessuno può imporre ad un altro il suo cammino verso la felicità. Un’altra importante Costituzione, quella della Repubblica Federale Tedesca, esprimerà molti anni dopo il medesimo concetto con la formula “ la dignità umana è inviolabile”. La radice della libertà non è il relativismo morale ma il riconoscimento della dignità dell’uomo. I Diritti sono “inalienabili”. Proviamo a domandarci perché i diritti sono inalienabili? Se una cosa è mia non posso farne quello che voglio? Non posso venderla o in qualunque modo alienarla? Per il diritto romano un uomo poteva vendere se stesso e, per la verità, anche la moglie o i figli. Perché invece i Padri Fondatori mi dicono che non posso alienare i Diritti? Troviamo la radice di questa impossibilità nel fatto che i Diritti non ce li siamo dati da soli ma li abbiamo ricevuti da Dio che ci ha creati. Dio è il Creatore e ci crea liberi. L’uomo è una creatura e riceve il suo essere da Dio. Insieme con l’essere riceve i Diritti. Se i Diritti non fossero inalienabili noi già da tempo li avremmo venduti e perduti. I Padri Fondatori hanno qui in mente le teorie giusnaturalistiche (per esempio Hobbes) che dicono che gli uomini erano originariamente liberi ma poi hanno perso la loro libertà attraverso l’atto di sottomissione al Sovrano. Che la storia sia piena di simili atti di sottomissione è innegabile. Essi però (così almeno ci dicono i Padri Fondatori) sono invalidi perché quando l’uomo si vende la libertà (o l’anima) si vende qualcosa che non è suo ma di Dio. Questo è un punto cruciale.

La Dichiarazione di Indipendenza pronuncia nella sua prima frase il nome del Creatore e questo richiamo ha una funzione fondamentale per l’architettura dei diritti. La religione ha una funzione fondamentale per la democrazia americana. Qualche anno dopo un grande teorico della democrazia americana, Alexis de Tocqueville, ci dirà che gli americani non hanno una Chiesa di Stato ma non credono che un uomo senza religione possa essere un buon cittadino. La separazione della Chiesa dallo Stato in America non vuol dire che lo Stato pensi di poter fare a meno della religione. Significa semplicemente che lo Stato non pretende di sapere quale sia la vera religione e lascia questa questione alla coscienza del cittadino. Per conto suo lo Stato tratterà tutte le religioni su un livello di parità. In America la separazione della Chiesa dallo Stato è una separazione benevola. Nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione Francese Dio ancora c’è ma è nascosto in una frase alla fine della introduzione. Più tardi nelle Costituzioni della Europa continentale scomparirà del tutto e questa è una delle ragioni fondamentali della differenza fra i paesi anglosassoni ed i paesi dell’Europa continentale. Si potrebbe argomentare che questa è una delle ragioni (e forse la ragione principale) per cui le democrazie anglosassoni sono sfuggite alle tentazioni totalitarie che invece tante sventure hanno portato sul continente europeo. La Dichiarazione di Indipendenza, tuttavia, porta in sé un tarlo che minaccia di portare alla rovina la democrazia americana. È un’evidente ipocrisia che la mina alla base: “…tutti gli uomini sono creati eguali…” Proprio tutti? Chi scrive queste parole è Thomas Jefferson che è un ricco proprietario di schiavi. Jefferson ha avuto 4 figli da una schiava ma non ha mai emancipato né la madre né i figli. Anche i neri sono liberi ed eguali? La democrazia americana è stata criticata come una democrazia bianca e cristiana che viene messa necessariamente in crisi dal multiculturalismo. Da qui il tentativo di sviluppare una democrazia culturalmente neutra. Entriamo qui nel cuore del dibattito costituzionale americano (ma di riflesso anche europeo) odierno.  Io credo che bisogna distinguere due aspetti all’interno della critica. Uno è quello razziale, l’altro è quello culturale/cristiano. La democrazia americana non può essere limitata ad una razza. Da Abraham Lincoln a Martin Luther King a Barak Obama la democrazia americana ha lottato per superare il razzismo e certo questa lotta deve continuare. Deve emanciparsi anche dal cristianesimo? Martin Luther King era un pastore cristiano e cristiana è la grande maggioranza della popolazione nera. Cristiana è la grande maggioranza dei latinoamericani che costituiscono l’altra grande minoranza degli Stati Uniti. Senza il cristianesimo gli Stati Uniti perdono la loro identità storica. Si può fondare una comunità politica sopra una non identità culturale. La non discriminazione è certamente un valore, ma possiamo fondare un’identità culturale esclusivamente sulla non discriminazione? Non dovremo piuttosto integrare attraverso il dialogo nuovi apporti all’interno della cultura americana senza peraltro rinunciare alla sua radice cristiana? A partire dagli ultimi anni del secolo passato si delinea nella cultura costituzionale americana la tendenza dell’originalismo, sotto l’impulso specialmente di Antonino Scalia. Essa vuole tornare alla Costituzione ed alla Dichiarazione di Indipendenza, certo rivisitandole criticamente alla luce di tutta l’esperienza storica successiva. La Dichiarazione di Indipendenza non è semplicemente un documento che appartiene ad un glorioso passato. È al centro di una lotta per il diritto dalla quale dipende il nostro futuro.