Un’esegesi sull’Incantesimo del gesto e l’alchimia del respiro  del maestro Antonio Puccio

di Salvatore Procopio

 

In natura esistono elementi che, a differenza di altri e per qualche recondito principio probabilistico, hanno la proprietà di emettere radiazioni, a volte lampi di luce ad altissima frequenza, altre volte veri e propri corpuscoli elementari ma in grado di provocare la materia intorno, persino quella vivente. L’Incantesimo del Gesto e L’Alchimia del Respiro è una sorgente radioattiva che contamina l’apatia, il male, l’indifferenza, la non consapevolezza di ricercare in ciascuno l’autodeterminazione e l’indipendenza nell’agire. Nel romanzo l’attività della sorgente radioattiva è di svariati miliardi di colpi al secondo e si propone, non certo per volontà precostituita dell’autore, di curare alcune negatività che allignano sovrane nelle nostre comunità e rendono certi territori schiavi e coloni dell’oscurantismo.

Quanto più scaviamo nell’opera in una posizione stabilita per cercare la Bellezza raccontata da Sebastian (il protagonista), tanto più incerti diventeremo nel definire l’evoluzione di questa posizione nel tempo. Ma, benché governati dal principio di indeterminazione, possiamo analizzare alcuni risultati dell’interazione che il testo propone. Innanzitutto la perfetta convivenza tra la musicalità delle parole, la compostezza asciutta e il giusto alloggiamento nel periodo, in uno spazio vettoriale a più dimensioni in cui è definita un’unica operazione esterna: la ragione.

Ci si può approcciare al testo là dove il papà di Sebastian, nell’antro di Dioniso, con maniacale e ripetibile gestualità, organizza lo spazio per l’ascolto della Musica  dove il giovane talentuoso direttore d’orchestra viene preterintenzionalmente iniziato, e si può farlo con due buoni propositi utili a ottimizzare la geometria dell’incontro con l’opera e conquistare quel risultato che, in modo assai probabile, sarà garantito. Persuasi che l’opera è anche un mosaico di richiami a componimenti musicali di assoluto valore, prelibati e ricercati per un orecchio anche più allenato, se ad ogni riferimento musicale la lettura fosse accompagnata dall’opera citata, allora la musica delle parole si fonderebbe con i suoni in una catarsi cosmica, quasi fino a fare accadere la magia, come accade la musica di Sebastian. E consapevoli dell’intima relazione tra i segni e il valore temporale delle note musicali, se approcciassimo al testo adattando una respirazione sincopata, come Sebastian  si sincronizza con quella della bella ed elegante Julie, incamerando più ossigeno nei polmoni allungheremmo i tempi del componimento scritto e potremmo traghettare l’incantesimo e la musicalità delle parole al sottoinsieme delle emozioni. Poiché solo con questo clock, le parole, predisposte nei periodi come note sul pentagramma, uscirebbero dalle righe del romanzo e poi si acquieterebbero dopo aver compiuto la loro necessaria missione.

La narrazione è fluida e come fluido s’inerpica nei luoghi e tra le genti con cui questo geniale direttore d’orchestra di nome Sebastian interagisce: prende forma e stato fisico nella natura delle cose descritte e scorre talvolta seguendo un regime laminare, ideale, altre volte un andamento turbolento. Ogni personaggio segue una traiettoria definita e costante nel tempo e la sua importanza è simile ad ogni altro personaggio, con un valore assoluto che prescinde dal ruolo assunto nel racconto. Quasi come la tela di un pittore in cui i colori usati concorrono tutti al risultato complessivo: la Bellezza. Un insegnamento che i fautori della deep ecology stanno ancora cercando, ma che appare evidente quando si legge che la verità è circolare e per questo non ammette scelte parziali. La verità come la natura: si rinnova con processi ciclici e circolari e non secondo schemi lineari e predatori.

Dove la narrazione si muove di un moto turbolento, le traiettorie si intrecciano vorticosamente generando perturbazioni emozionali per le quali stabilire un ordine definito è come trovare un fermaglio per capelli (…quello di Julie) nella sabbia silicea dell’Isola dei Gabbiani. L’elegante e intenso momento, invece, in cui la moglie dello Sponsor, sollecitata da un’incontrollata curiosità di Sebastian, riferisce sul suo amore per la musica rubato in giovane età, è soltanto uno dei diversi momenti ribelli dell’intera opera. E poi Jacob, diverso perché sogna e quando ritorna dopo un periodo di liberazione, trascorso in un luogo magico, è additato dai suoi simili come folle: egli è il solo a credere nella consapevolezza delle forze che risiedono in ciascuno per la liberazione da ogni forma di oppressione.

Il giovane Sebastian è brillante e possiede già, forse per via della sua innata insaziabile curiosità, i segreti della tecnica della direzione. Ciononostante, è ossessionato da un antico e inspiegabile adagio sin dai primi passi mossi nello straordinario mondo della Musica. Il suo tormento è precoce e ricorrente.

A rendere più sacrale questa infelicità dell’anima è il suo incontro fatato con una donna misteriosa che gli parla della Musica che accade e dell’unicità di una direzione d’orchestra che non fa il paio con una semplice e prevedibile esecuzione. Un’unica e grande interpretazione, infatti,è cosa assai diversa da una precisa ma sterile esibizione. Non è bello quel che appare ma quello che, da dentro, rende imponderabile un’interpretazione. Come un circuito elettronico che al solo comando di una tastiera di un computer va a prendere ciò che è registrato nella memoria, l’incontro galeotto con la giovane donna dura in realtà un tempo infinitamente piccolo, come una funzione di Dirac, un impulso, un battito di ciglia ma tanto basta per riesumare ciò che parallelamente alla maestria del genio si era fatto strada, la ricerca della chiave per l’accadimento. Perché nell’agire quotidiano non importa se sei musicista o medico, professore o matematico, ma solo se hai capito come nel tuo mestiere le cose possono accadere, fino a rendere unica quella particolare attività. Il solco del tormento è abilmente tracciato e congenialmente narrato tanto che, in un istante stabilito, diventa persino il dolore del lettore, scalatore di una salita via via più infima e imperdonabile ad un respiro dalla vetta. Ci vorranno del tempo e la saggezza del vecchio Maestro per lenire lo strazio di Sebastian e instradarlo verso un sentiero illuminato. Il complesso approdo al lido della verità su ciò che può accadere, però, è periglioso. Solo quando Sebastian tornerà là dove tutto è iniziato, la strada della liberazione dal suo tormento avrà luce. Egli che come i compagni di Ulisse esortati a ricercare la libertà sente di non essere un bruto e insegue il suo desiderio, andrà oltre le colonne d’Ercole, partendo da quel luogo dove è necessario tornare per redimersi univocamente.

Nel mistero del racconto del forziere, usato dal Maestro per avviare Sebastian su un lungo cammino di liberazione, è racchiuso il travaglio delle nostre comunità che si fermano all’apparire per non essere e che le forme esteriori e gli incavi, cioè le secche abilmente tracciate dagli artigiani della comunicazione, saziano al punto da non cercare nemmeno la fessura, il pertugio che apre il forziere e libera ciò che non appare.

Il romanzo svela che la verità di ciò che accade nella musica risiede nella relazione biunivoca tra il segno, la scrittura delle note, e ciò che il compositore ha pensato nell’istante in cui ha scelto quel segno e non altri per rappresentare uno stato d’animo, un’emozione. Se ci si limita a usare la sola via della tecnica per tradurre ciò che è, invece, una corrispondenza bidirezionale tra un segno e uno stato dell’anima, si approda solamente ad una buona esecuzione. L’esigenza di mantenere la corrispondenza tra variabili è ancora più importante se si tratta di un segno tracciato da qualcuno, vedi grandi compositori, che non può più discernere sulla giustezza di un’esecuzione. Chi si intende di simboli matematici direbbe che la relazione biunivoca tra i segni della partitura e l’anima del compositore è in realtà un sistema di equazioni con rapporti tra gli incrementi delle variabili, i cui vincoli fondamentali che un direttore d’orchestra deve possedere risiedono nella reiterata educazione musicale che affina la tecnica, l’insaziabile curiosità di chi ambisce a far accadere la musica e il vincolo temporale di sincronia tra l’anima del compositore e il segno sulla partitura. Quando la soluzione di questi vincoli alberga contemporaneamente in uno stesso individuo, essa assume un’espressione analitica e determina l’unicità dell’accadimento. Sebastian scoprirà che la tecnica spinta a inumani livelli è necessaria ma non basta per definire la soluzione complessa che sta alla base del sistema vincolare. Solo conoscendo la relazione complessa tra segno, formula e significato si può arrivare alla totale e indiscussa imponderabilità del linguaggio e far accadere. Questa non è una riflessione di semiotica: è solamente la lezione di Sebastian.

L’opera è un incantesimo che ha il potere di proiettare la vita reale in uno spazio non governato dalla ragione e pertanto in una dimensione non ordinaria. La melodia delle parole è un continuo e rinnovato corteggiamento di quella sonata che arriva all’anima prima, solo perché tende all’infinito più velocemente.