di PierPaolo Voci – www.shapebureau.com

Il laboratorio di grafica pubblicitaria e tipografia della Bauhaus – mitica scuola di design e architettura fondata dall’architetto tedesco Walter Gropius cento anni fa –  spiccò  notevolmente dando frutti di lunga durata. Con Feininger il lavoro e la ricerca, in un primo momento, furono impostati sulla ricerca artistica attraverso l’incisione e la stampa manuale con torchio: ebbe una prima trasformazione con Moholy-Nagy, che seguiva le più avanzate tendenze della grafica internazionale. Fu lui infatti, ad inserire nel corso, dal 1924 in poi, la fotografia come sperimentazione iconografica, dal fotomontaggio fino alla fotografia e il filmogramma astratti. Successivamente il laboratorio grafico ebbe il suo apice con Herbert Bayer il quale, avendo una visione rigorosamente razionale e avanzando l’ipotesi di un legame tra scienza “pubblicitaria” e psicologia, portò avanti un ideologia basata sul rapporto tra fonetica e scrittura giungendo alla costituzione di una nuova tipografia. Egli sosteneva che fossero necessarie: «linearità nella costruzione di ogni lettera per ottenere un carattere perfetto; semplicità del disegno per raggiungere una facile comprensione e impressione nella stampa. Inoltre una composizione delle linee basata sulle forme primarie: cerchio e quadrato,  che permettono una costruzione sintetica partendo da pochi elementi di base. In questo modo c’è concordanza tra la forma e il suono nel pronunciare le diverse consonanti». Benché la razionalità inizialmente avesse avuto la meglio, ben presto lo stesso Bayer capì che questa eccessiva fede in un tipo di scrittura lineare e geometrica non si sarebbe potuta adattare a ogni contesto. Eccezioni, che confermano dunque la regola secondo cui “la forma segue la funzione” ampliando il concetto di funzione stessa.

Prima della Bauhaus si potrebbe dire che il “graphic design” inteso come lo intendiamo oggi non esistesse ancora. È infatti grazie alla scuola di Dessau che si è iniziato a comprendere che non basta riempire una pagina di immagini e testi, ma che anche la costruzione del suo layout gioca un ruolo centrale nell’impartire il messaggio finale. È alla scuola che dobbiamo il letterforms moderno e l’utilizzo del colore espressivo. Non avremmo il “Futura”, la “Helvetica” e i “Sans-serif” in generale senza il lavoro di Bayer sui font e chissà quando ci saremmo resi conto del potenziale della fotografia nella pubblicità senza il lavoro di Moholy-Nagy. La Bauhaus ne ha, insomma, cambiato il volto in modo permanente, incoraggiando i suoi studenti a prendere in considerazione aspetti psicologici, linguistici, economici e visivi di ciò che progettavano. Quello che oggi un buon grafico pubblicitario non può esimersi dal fare.

Gli ideali della Bauhaus al contrario di quelli di altre correnti non sono scomparsi e non sono stati sostituiti da nuovi movimenti, sono ancora in atto tutt’oggi e basta fare un giro sul web o sfogliare una rivista per rendersene conto. Un’eredità viva e vegeta che sottolinea quanto fossero in anticipo sui tempi. Di seguito si elenca qualche esempio.

Nella Propaganda: caratteri senza grazie, linee oblique, la Bauhaus ha influenzato molto i progettisti grafici anche in ambito politico,  un esempio è il poster di Barak Obama sulla sua visita in Germania.

Nel Cinema: anche nel mondo della settima arte ci sono illustri richiami alla Bauhaus; si guardi uno dei poster che lo studio britannico La Boca ha progettato per la promozione del film Black Swan.

Nel Web: secondo alcune ricerche anche l’interfaccia grafica di Windows 8 si è fortemente ispirata all’ideologia Bauhaus.

Quindi, in fin dei conti, in tutti i movimenti e stili c’è chi protende da un lato e chi dall’altro, chi si sente più “sentimentale” e chi più “razionale”. Ma alla base di tutto c’è sempre uno studio, un progetto, un’idea condotta fino al suo compimento.