di Maria Antonia Danieli

JojoRabbit si inserisce in una lunga tradizione di satira cinematografica (e non solo) di un particolare quanto drammatico episodio della Storia con la s maiuscola, la Seconda Guerra Mondiale, e in particolare il ruolo che la Germania nazista ha assunto in questa.

Liberamente ispirato al romanzo Come semi d’autunno di Christine Leunens, il film è scritto e diretto da Taika Waititi, che dopo aver conosciuto i fasti del cinema hollywoodiano mainstream firmando la regia di Thor: Ragnarok  nel 2017, diciassettesimo capitolo del Marvel Cinematic Universe, torna ad occuparsi della tematica dell’infanzia e attraverso il percorso di formazione del protagonista realizza un film volto a far riflettere adulti e bambini.

In una Germania nazista impegnata in una scellerata guerra che la sta conducendo alla sconfitta, Jojo, interpretato da un bravo Roman Griffin Davis, è un bambino di 10 anni che crede nelle idee inculcategli dal regime. Figlio della propaganda vuota di quest’ultimo, il bambino sembra però aver fatto propri gli ideali nazisti più che altro perché spinto da un forte desiderio di omologazione. Infatti,in una delle scene iniziali del film, quando durante una riunione della Gioventù hitleriana al quale il ragazzo sta partecipando, gli viene ordinato di uccidere un coniglio, Jojo si rifiuterà di porre fine alla vita della povera creatura, scappando via accompagnato dalle canzonatorie risate del resto del gruppo che lo apostroferà come coniglio, chiamandolo appunto Jojo Rabbit. Presto il suo migliore amico immaginario, Adolf Hitler in persona, o piuttosto una versione più buffata e infantile dello stesso, interpretato dallo stesso Waititi, sarà al suo fianco convincendolo a considerare il coniglio un valoroso animale e dando vita ad una delle più esilaranti sequenze del film quando l’allegra scorrazzata nei boschi di questa improbabile coppia si concluderà con il ferimento di Jojo dopo che questi avrà lanciato incurante una granata, avventatamente strappata di mano al Capitano Klenzendorf (il particolarmente farsesco Sam Rockwell).

Tra i momenti più divertenti e ricchi di ironia troviamo infatti sicuramente i dialoghi del bambino con il Führer. Ironia che è presente già a partire dalla scelta del regista di origini maori ed ebraiche di interpretare proprio il ruolo di Hitler, contribuendo così a presentare i nazisti e soprattutto il loro capo non più come pericolosi carnefici quanto come sciocche figurine intrappolate nei loro stanchi rituali e nelle loro tante bugie e facendo risaltare, in tal modo, ancora di più le assurdità del regime dittatoriale tedesco.

Waititi delinea tutto ciò proprio a partire dall’Hitler amico immaginario di Jojo che si dimostrerà sempre più scioccamente geloso del bambino quando questi lo sostituirà pian piano con un’amica vera, Elsa, interpretata da Thomasin McKenzie, una ragazza ebrea che Rosie, la madre di Jojo (l’impeccabile Scarlett Johansson) nasconde nella loro casa. Il bambino, all’inizio riluttante e quasi spaventato dalla giovane, violando uno dei primi ideali su cui il regime nazista si è costituito quale quello del disprezzo verso gli ebrei, si ritroverà a passare sempre più tempo con Elsa, superando le stravaganti e illogiche superstizioni sulla popolazione ebraica fornitegli dal regime, diventando infine amico della ragazza e condividendo con lei risate e confessioni.

Il film appare quindi tutto giocato in questo passaggio continuo dal registro comico e grottesco a quello drammatico.In entrambi i casi l’intento del regista è chiaramente quello di far emergere un messaggio educativo. L’obiettivo di Waititi è perciò quello di far riflettere lo spettatore innanzitutto sul passato storico ma certamente anche sul presente e sulle sue assurde ma purtroppo sempre più spesso probabili declinazioni.

Presentato al Toronto International Film Festival, Jojo Rabbit è stato presentato in Italia in anteprima al Torino Film Festival. È stato, inoltre, uno dei film protagonisti della scorsa 92esima edizione dei premi Oscar: in lizza per 6 statuette, tra cui anche quella per Miglior film, si è aggiudicato la vittoria del premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale.