Gli scatti di Paolo Ferraina sull’isolamento umano, letto al tempo del Covid-19

Testo di Rosalba Paletta – Foto di Paolo Ferraina

Conobbi Paolo Ferraina nel 2017, nella magia del parco archeologico di Scolacium. Quella sera, in quel posto incantevole carico di storia e fascino, si sarebbero esibiti i Due Cellos. Lui si aggirava nel parco, con la sua fotocamera al collo, silenzioso, riservato, presente, fra le rovine maestose e gli ulivi: osservava, scrutava, aspettava. Operò, quella sera, invisibile, fra i ruderi resuscitati dalle reinterpretazioni di Vivaldi e AC/DC.

Il lavoro consegnato qualche giorno dopo fu strepitoso, dirompente. La grandezza del celebre duo riecheggiava nel parco attraverso le foto di Ferraina: esplosione di luce, colori, emozioni, energia vitale. Alla sua presenza educata, discreta, rispettosa, faceva quasi da contraltare la potenza dei suoi scatti. O, per dirla con le parole del critico d’arte Luca Nannipieri, dei suoi “spari”. Li paragona a proiettili, infatti, quegli scatti, Nannipieri, nell’introduzione al volume fotografico “Isole umane” (Giorgio Mondadori, 2019), da lui stesso curato, in cui scrive: «Il talento, quando c’è, spara. Il talento fotografico di Paolo Ferraina fa proprio questo: spara. […] L’autore “ama fotografare gli esseri umani ed attraverso la sua prima opera editoriale intende mettere a fuoco il concetto di “isolamento”, proponendo una serie di scatti che, da più prospettive, portano in risalto la capacità dell’uomo di distaccarsi dalla quotidianità.»

Il volume, uscito in dicembre, raccoglie in 45 scatti lo sguardo di Paolo su spaccati artistici, documentaristici e sociali, in varie parti del mondo: dall’India alla Cina, dalla Cappadocia al Kenya, da Hong Kong a Santo Domingo, in un arco temporale che va dal 2015 al 2019.

Ferraina è figlio d’arte. La ricordo, al suo fianco, la figura del padre, Franco, in quell’estate culturale calabrese, ma prima ancora di me la ricorda Nannipieri nella prefazione a “Isole umane”, quando spiega: «Ferraina avendo assorbito come una spugna, fin dalla tenera età, le perizie, i tempi, i tecnicismi, le pratiche, gli usi che suo padre, e prima di lui suo nonno, mettevano in atto tutti i giorni (…) sa bene che uno dei poteri “sciamanici” della fotografia, è anche e soprattutto quello di creare il reale, non semplicemente, piattamente, documentarlo». E oggi, la sua opera, assume in tal senso un valore nuovo e denso di significato paradigmatico: che cos’è l’isolamento per gli individui? Che cos’è l’isolamento per la società?

La risposta che, come un filo rosso cuce questa bella opera fotografica di Ferraina – ufficialmente il fotografo più giovane, con i suoi 26 anni, a pubblicare con l’Editoriale Giorgio Mondadori – è quella colta dai sui scatti, talvolta come gabbia, o rifugio, o emarginazione, cliché, costrizione, scelta, o… chissà come altro potremmo definire questa condizione al tempo,“attuale, troppo attuale”, dell’isolamento sociale da Covid-19.

Nella  piccola parte del suo archivio custodita nel prezioso scrigno che è “Isole umane”, Paolo coglie – sono ancora parole di Nannipieri –  «il momento esatto – qui sta il suo talento – in cui l’uomo sembra irrimediabilmente disperso e separato dagli altri, non ha timore di mostrare l’arte fotografica per quello che intimamente essa è: una spregiudicata macchina di riflessione sull’umano».

 

Paolo Ferraina, 26 anni, è ufficialmente il fotografo più giovane a pubblicare con l’Editoriale Giorgio Mondadori. Questo traguardo celebra le sue origini: infatti egli cresce in una famiglia di fotografi in cui osserva meticolosamente il lavoro dei nonni paterni e del padre fotografo del glamour. Paolo ricolora la terza generazione coltivando  la passione per la fotografia affiancandola agli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, dove si laurea nel 2017. Con il suo lavoro esplora e si dedica all’arte contemporanea, occupandosi prevalentemente di fotografia e di videografia di varia applicazione (artistica, documentaristica e sociale). Da questo grande archivio nasce ISOLE UMANE, il libro uscito a novembre 2019, curato dal noto critico d’arte Luca Nannipieri.  

«Sono un giovane viandante. Quindi universo ti supplico: impiegami come strumento di concreta esplorazione del tuo cuore, come creatività nella tua mano tenace, come la cattiveria sotto forma di bontà selvaggia, come l’euforia che si trasforma in ossessione. Tutto ciò che osservo intorno a me è energia che scorre nelle vene delle tue variopinte dimensioni e dentro i tuoi sconfinamenti geografici. Le “grandi” opinioni non possono fermare il mio cammino, né potranno le difficoltà travolgerlo. Se uno desse tutte le libertà della sua anima in cambio della fama, non avrebbe altro che tristezza di ritorno. Allora oggi sulle pagine di questo giornale prometto, che – in questo urbanesimo contemporaneo – cercherò di non farmi mai fermare da nessuno sbaglio. Vivrò d’immagini perché sono nato in mezzo ad esse e ne sento profonda responsabilità. Comprendo cos’è la rappresentazione e ne sento il suo potere giusto ed incisivo. Per tutto questo, mi prenderò cura delle mie gambe e ti attraverserò, mio caro amico universo. Camminerò per le tue vie, ed anche quando mi spaventeranno mi vestirò di coraggio, sicuro di fissarti in ogni mio singolo scatto, nel concetto ineluttabile di tempo. Per quanto immenso tu possa essere, ti racconterò dentro i 4 lati di una mia inquadratura».