Di Bianca Sestini

 

Il trabaccolo Cidia e il bragozzo Vigo compiranno un secolo l’anno prossimo. I loro scafi svettano al centro della Sezione a Terra del Museo della Marineria di Cesenatico. Le vele “al terzo” (particolari tipi di vela, con forma trapezoidale)  che li sormontano spiegate si sono gonfiate di vento per portarli al largo fino a metà Novecento, quando i motori ne presero il posto.

Il tessuto, tagliato a forma di trapezio, veniva colorato grazie a delle terre e poi immerso in acqua salata di mare per fissare la tintura. La gente dell’alto Adriatico per quelle vele era anche pronta a litigare. Segni e motivi che le decoravano servivano per riconoscersi quando si navigava, per avvertire i familiari in attesa del proprio ritorno sulla terraferma o i clienti interessati al pescato. La necessità pratica di comunicare a distanza attraverso forme e colori si intrecciò con simbologie propiziatorie e religiose, producendo un’araldica popolare marinara. Ciascuna famiglia di pescatori aveva la sua vela: il timone, la pappardella, l’ancora, la stella, il delfino, il moccolo, il disco solare, il gallone, la croce, la striscia erano tutt’altro che fronzoli estetici, bensì un’eredità a volte contesa che a Cesenatico si custodiva con orgoglio.

Dopo una breve parentesi pubblicitaria con nomi e marchi di prodotti portati a spasso per l’Adriatico sul lino o sul cotone con cui erano realizzate, le ultime vele scomparvero. L’avvento del turismo balneare e la modernità hanno trasformato il rapporto fra uomo e mare senza però stravolgerlo. Per abitudini, oggetti, azioni e ruoli tipici della vita “a bordo” dei navigatori lo stesso lessico marinaro di sempre viene trasmesso da una generazione all’altra ancora oggi. A lato del Cidia e del Vigo, la Bottega Marconi dove fino agli anni ‘60 si riparavano piccole barche di pescatori è stata ricreata esattamente com’era, grazie all’acquisto in blocco di ciò che si trovava al suo interno prima che si trasferisse in zona darsena, diventando un cantiere. Il bancone, l’incudine, gli strumenti del mestiere testimoniano il passato e restituiscono un’atmosfera.

Il Museo della Marineria è stato fondato proprio per tutelare questo tipo di patrimonio immateriale legato alla vita di mare. Tutto qui dentro si può fotografare e toccare. Partendo da tecniche e fasi di costruzione, il percorso espositivo descrive qual era il ciclo di vita di un’imbarcazione tradizionale e racconta un modo di essere comunità che solo così si è riusciti a tramandare. Che si parli di nodi alle cime o manovre di navigazione, dell’abbigliamento dei marinai o dei giocattoli dei loro figli, barche e gente si richiamano di continuo attraverso reperti, fotografie, contenuti multimediali, riproduzioni fedeli di oggetti ormai introvabili.

Per il Museo della Marineria il “sapere dell’andar per mare” è memoria e presente allo stesso tempo. Non è un caso che la sua Sezione Galleggiante sia ospitata nel tratto più antico del Porto Canale Leonardesco. Luogo simbolo del centro storico, prende nome da Leonardo da Vinci, che fu chiamato dal duca di Romagna Cesare Borgia per perfezionare l’infrastruttura e la raffigurò in un paio di schizzi su un taccuino conservato alla Bibliothèque de l’Institut de France di Parigi. Su questo tappeto d’acqua che attraversa il cuore della cittadina sono ormeggiate dieci imbarcazioni d’epoca, protagoniste di due appuntamenti fondamentali nel calendario di Cesenatico. Durante il periodo natalizio, il Presepe della Marineria viene allestito proprio a bordo dei natanti. Le statue di legno – più di cinquanta, intagliate a mano e a grandezza naturale – sono vestite dello stesso panno delle vele. Una rappresentazione unica al mondo nel suo genere, in cui ai personaggi classici della tradizione cristiana si uniscono pescivendoli, falegnami, riparatori di reti, pescatori, delfini. Con la bella stagione invece ogni giorno le vele “al terzo” vengono issate sugli alberi delle barche. L’ocra e il porpora prevalgono su un caleidoscopio che incanta gli occhi e profuma inevitabilmente di mare.