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Il Manifesto del Futurismo

di Emanuele Merlino

 

Il Manifesto del Futurismo

 

Il 20 febbraio 1909 viene pubblicato su Le Figaro, uno dei principali giornali francesi ed  uno dei più influenti e importanti al mondo, “Il manifesto del Futurismo”. In realtà pochi giorni prima era già stato stampato su vari giornali italiani ma è il quotidiano parigino a rendere l’ideatore del Manifesto, Filippo Tommaso Marinetti, e il Futurismo stesso un fenomeno mondiale.

Il Futurismo vuole rompere con il passato, distruggere l’appiattimento culturale e artistico sulle glorie del passato. Così leggiamo nel Manifesto: “È dall’Italia che noi lanciamo per il mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il «Futurismo» perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari. Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagl’innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri innumerevoli” e così costruire un mondo nuovo.  Giovanni Papini così scrive in Amiamo la guerra, sulla rivista Lacerba, l’1 ottobre 1914:  “E il fuoco degli scorridori e il dirutarnento dei mortai fanno piazza pulita fra le vecchie case e le vecchie cose. Quei villaggi sudici che i soldatacci incendiarono saranno rifatti più belli e più igienici. E rimarranno anche troppe cattedrali gotiche e troppe chiese e troppe biblioteche e troppi castelli per gli abbrutimenti e i rapimenti e i rompimenti dei viaggiatori e dei professori. Dopo il passo dei barbari nasce un’arte nuova fra le rovine e ogni guerra di sterminio mette capo a una moda diversa. Ci sarà sempre da fare per tutti se la voglia di creare verrà, come sempre, eccitata e ringagliardita dalla distruzione”.

Il Futurismo, quindi, si proponeva di cambiare la società italiana, e non solo, attraverso il culto della velocità, della tecnica e della modernità. E ovviamente della guerra “sola igiene del mondo”. Ma, ovviamente, il Futurismo è soprattutto arte. Da quel 20 febbraio verranno pubblicati specifici manifesti relativi alla pittura, alla scultura, alla letteratura, alla donna, alla danza, alla musica. Esso ha delle caratteristiche specifiche. Ad esempio la simultaneità: “Ormai nella nostra epoca di dinamismo e di simultaneità non si può separare una realtà qualunque dai ricordi, affinità o avversioni plastiche che la sua azione espansiva evoca simultaneamente in noi”; o la velocità: “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa, col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo…un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia”.

Significativa è la rappresentazione del cavallo, animale simbolo del futurismo, che “in corsa non ha quattro gambe: ne ha venti” e così veniva rappresentato. D’altra parte Marinetti racconta che l’idea del Futurismo gli venne dopo un incidente d’auto e un altro incidente d’auto fermò, solo temporaneamente, il suo viaggio verso la Fiume di Gabriele D’Annunzio. Evidentemente la passione per la velocità non riguardava anche la sua gestione!

Un’avanguardia, il futurismo, che ha soprattutto in Italia il suo successo e la capacità di essere sprone politico. Perché non si può non pensare al Manifesto Futurista senza ricordare la forza con cui Marinetti, Papini, Balla, Boccioni e tanti altri spinsero l’Italia nella prima guerra mondiale. E dopo averla esaltata nell’arte e invocata nelle piazze scelsero di farla davvero. Tutti volontari. Tutti in prima linea, tranne quelli che come Papini erano inabili al combattimento. Ovviamente molti non tornarono coerentemente con quelle “belle idee per cui si muore” che avevano professato. Finita la guerra gran parte dei Futuristi aderiranno all’Impresa Fiumana per poi accettare di diventare accademici – “…Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie…” – sotto il fascismo. E per quanto Filippo Tommaso Marinetti sarà sempre contro l’alleanza con la Germania e apertamente contro le leggi razziali andrà volontario, nel 1942 a sessantasei anni, in Russia per combattere contro l’Unione Sovietica.

Dopo la seconda guerra mondiale del Futurismo si è parlato sempre meno, proprio per i legami con il fascismo, fino alla riscoperta nel 2009 in occasione del centenario della pubblicazione del Manifesto. Eppure il polimaterismo, i tagli di Fontana, la pittura urbana, la Pop Art, la velocità pittorica di Schifano e il dandismo di Warhol, l’eclatanza iconografica di Cattelan, la multimedialità di Kentridge, i video di Bill Viola, la Transavanguardia, la musica elettronica, gli happening, la pubblicità, i videoclip, i graffiti sono tutti influenzati, coscientemente o meno, dal Futurismo.

Ma in fin dei conti non poteva essere diversamente visto che, per usare le parole di Antonio Gramsci: «I futuristi, nel loro campo, nel campo della cultura, sono rivoluzionari». E, a 101 anni di distanza, riescono ad esserlo ancora.

 

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