Maggio del 1909: nasce la “corsa rosa”

di Nicola Carlone – giornalista

Come un fotografo eterno, il Giro ha seguito il Paese passo passo, andando a immortalare tutta la sua evoluzione socio-economica, le sue strade, le case, le macerie di due guerre mondiali. E, ancora, le
rinascite, il Boom economico, quello turistico. Poi la radio in diretta; la tv, prima in differita, poi direttamente dai traguardi, infine con elicotteri e moto. Ciclisti da vecchio secolo, con bici altrettanto antiche e senza cambio, perché Tullio Campagnolo non lo aveva ancora inventato,
alleviando le fatiche sulle salite e nelle crono. La “Corsa rosa”  nasce nel 1909, partendo alle 3 del mattino da Piazzale Loreto, quello ben noto a fine guerra, con la tristissima esposizione del Duce e
della Petacci appena uccisi. I 127 ciclisti, divisi in sette squadre, furono scrupolosamente fotografati come si fa in carcere, per evitare furbate e scambi in corsa. Alla fine, a Milano, ne sarebbero tornati
solo 49 e nemmeno uno in più. Infatti, uno di loro, nella Roma-Firenze, passando per Civita Castellana, si accorse che vi transitava la ferrovia e si sfilò dal gruppo, salendo sul treno, per poi scendere a Pontassieve. Mica per vincere, solo per ammazzare la fatica che era enorme, impensabile ai nostri giorni. Le tappe di quella primissima edizione furono otto, ma si corse dal 13 al 30 Maggio,
dunque con riposi ad ogni tappa. I chilometri furono 2447, con 89 ore di corsa a 27 km di media oraria. Il percorso fu un vero giro del Paese, con la sua partenza da Milano, sede organizzativa, e poi la
discesa verso Bologna, quindi Chieti, con arrivo in salita. Poi la traversata dei Monti appenninici per andare a Napoli, proseguendo per la Capitale, Firenze, la monarchica Torino dei Savoia e Milano al
Castello Sforzesco dove ogni giorno, sul cancello, venivano messi fogli con notizie e classifiche. Il primo nome consegnato agli almanacchi fu quello di Luigi Ganna, maglia rosa con classifica punti, davanti a Galetti e Rossignoli. Pensate, se la classifica fosse stata a tempo, l’ordine sarebbe stato invertito. Ganna prese anche l’Oscar della sfortuna ma fu testardo sempre e sino alla fine: cadde al suo entrare per primo nell’ippodromo di Bologna, si rialzò in tempo, sbagliò strada sulla salita di Chieti
e alla fine, a due passi da Molano, un passaggio a livello gli permise di rientrare sui fuggitivi.

La folla del ciclismo batteva il calcio nei tempi fra le due guerre: essa non era la stessa dei decenni successivi ma Roma, Milano e Napoli furono all’altezza della corsa che avrebbe seguito tutto il Paese nel suo viaggio, sino ai nostri giorni. E ci avrebbe fatto scoprire l’emozione dei racconti di Indro Montanelli, Dino Buzzati, le radiocronache di Mario Ferretti che fermavano gli italiani ogni
pomeriggio perché correva Fausto Coppi contro Gino Bartali. Il ciclismo batteva il calcio e solo il Grande Torino seppe affiancarlo, lasciandolo poi da solo il 4 Maggio del ’49, dopo
Superga. Era la bicicletta il mezzo di trasporto maggiormente diffuso specie al
centro-nord, mentre a Sud, si andava ancora con carretti e cavalli. La televisione sarebbe arrivata nel ’55, si vedeva qualcosa proiettata nei negozi sbirciando dietro le vetrine, per cui la fantasia della
gente si alzava solo davanti alla radio e al modo romanzesco di raccontare la fatica dei ciclisti su strade mai viste, in posti come lo Stelvio, Pordoi, Abetone, Campitello, Camigliatello, Ostuni.
E il Giro ha fotografato anche la crescita tecnologica del Paese, con i mezzi via via messi in campo dalla RAI ed Eurovisione. Ma quei ragazzi, i ciclisti, di estrazione modesta e onesta, andavano allo
sbaraglio davanti ai microfoni e nacquero le frasi storiche di quei tempi: “Sono contento di essere arrivato per primo” o “Ciao mamma!”. Del resto Ganna, il primissimo in Maglia Rosa, alla fine disse ai
giornalisti: “Me brusia tanto el cul”. Chiaro. Con il Giro, nasce un intrattenimento degno dei nostri giorni: si chiamava “Processo alla tappa” e fu bravo Sergio Zavoli a inventarlo con personaggi-ciclisti come il litigioso abruzzese Taccone e il simpatico lombardo Panizza, ma anche il piangente Merckx beccato al
doping o lo schizzinoso francese Anquetil, che andava a champagne. Il Giro, festa nazional-popolare, per tre settimane non ha la presenza abituale del Primo Ministro come al Tour ma, dopo 111 anni, racconta ai giovani come eravamo, da dove veniamo e lo fa attraverso la fatica di pedalare controvento, come si fa nel quotidiano vivere. E fa viaggiare coloro che non possono, così come quelli che quei posti
lontani li hanno attraversati davvero.

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