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Il Dantedì, ovvero: come celebrare la nostra identità

di Ilaria Starnino – filologa

Nasce tra le pagine di un quotidiano, quelle del “Corriere della Sera”, l’idea firmata dalla penna di Paolo di Stefano di dedicare un giorno del nostro calendario al Sommo Poeta. Ironia della sorte letteraria? Forse. Eppure c’è meno fatalismo di quanto si possa pensare nella famosa formula ottocentesca di de Bonald, per il quale la letteratura è, per l’appunto, «espressione della società». Il linguaggio universale della cultura ha unito ancora una volta i pareri di accademie, ministeri e società di letterati in un corale placet per il “Dantedì”, approvato dal Consiglio dei Ministri nella seduta del 17 gennaio 2020, a poco più di un anno dall’anniversario (che cadrà il 14 settembre 2021) della scomparsa di Dante Alighieri, 700 anni fa. Che non sia una semplice commemorazione lo ricorda e raccomanda Dario Franceschini, ministro per i Beni e le attività culturali, che ha condito di grande soddisfazione la presa in carico della proposta. Il progetto, infatti, è quello di una celebrazione che non si esaurisca con la ricorrenza della morte del poeta fiorentino, ma che possa restare immutabile nel tempo. La consacrazione del 25 marzo a Dante porta con sé la cifra dell’opera con la quale egli viene spesso identificato, la Divina Commedia. È questa infatti la data, secondo la maggior parte degli studiosi, in cui Dante avrebbe intrapreso il suo viaggio nei tre regni dell’Aldilà, la data simbolica della creazione di una delle più grandi opere letterarie al mondo. Francesco De Sanctis, uno dei maggiori critici letterari del XIX secolo, dipinge Dante come «la più potente individualità di quel tempo, nella quale è compendiata tutta l’esistenza, com’era allora, con le sue astrattezze, con le sue estasi, con le sue passioni impetuose, con la sua civiltà e la sua barbarie», con le parole di Dante «nell’eterno ricomparisce il tempo; in seno dell’avvenire vive e si muove l’Italia, anzi l’Europa di quel secolo. Così la poesia abbraccia tutta la vita, cielo e terra, tempo ed eternità, umano e divino». L’Italia è giovane quando De Sanctis dà alle stampe la sua Storia della Letteratura (1870), e Dante è già simbolo dell’identità italiana, che genera, o meglio, rigenera, un’antica forza di appartenenza: da sempre riconosciuto come modello poetico e linguistico, con la sua opera il canone letterario raggiunge la sua piena conformazione, e Dante non aspetta neppure la fine dei suoi giorni per essere considerato un “classico”. All’alba del Rinascimento Firenze è il centro del mondo, arricchita dai suoi banchieri, ma resa eterna da intellettuali e artisti di ogni genere e in questo clima il volgare fiorentino diviene il fondamento della lingua italiana moderna. È la città contesa da guelfi e ghibellini, la città di Cavalcanti e Giotto, ma soprattutto è la città di Dante. La Commedia Divina corona d’alloro il capo che oggi siamo abituati a vedere sulla nostra moneta, sulla faccia che un tempo era occupata dal profilo degli imperatori, a dirci che il potere di una nazione sta nella sua identità culturale, l’unica capace di rendersi universale, e per questo riconoscibile. Non è già un patrimonio da custodire, come ricordava Goethe, ma un’eredità da conquistare alimentandone il fuoco: così il viaggio che Dante ha affidato alle sue terzine ha un sapore tutto nuovo ogni volta che allegoria e intelletto rilasciano i loro effetti ad ogni pagina che venga sfogliata e per ogni volume poggiato su un banco di scuola. Dalla selva oscura ai cieli del paradiso l’umanità perde la sua forma e resta lo spirito, illuminato dalla luce della verità: “tutta cessa / mia visione e ancor mi distilla / nel cor lo dolce che nacque da essa. / così la neve al sol si disigilla; / così al vento nelle foglie levi / si perdea la sentenzia di Sibilla” (Paradiso XXXIII, vv. 61-66).  Politica, arte, scienza e infine poesia: questo il paradigma del poema dantesco coniugato da una filosofia che smette le sue vesti puramente medievali e oscilla tra visione e realtà, nell’insolubile dramma dell’abnegazione della destinazione umana e nella speranza che alimenta il cuore dei credenti. Eppure Dante ci avverte: il motivo ultimo e fondante della sua poesia è uno: “I’ mi son un, che quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’e’ ditta dentro, vo significando” (Purgatorio, XXIV, vv. 52-54). È questo sentimento che ispira il poeta la condizione umana comune che apre all’alterità, fondamento della cultura universale.

Seguendo l’immagine petrarchesca dell’intellettuale europeo “simul ante retroque prospiciens (con lo sguardo contemporaneamente rivolto aventi e indietro)”, il “giorno di Dante” sarà motivo per ricordare, come sosteneva De Sanctis, che «proprio della coltura è suscitare nuove idee e bisogni meno materiali, formare una classe di cittadini più educata e civile, metterla in comunicazione con la coltura straniera, avvicinare e accomunare le lingue, sviluppando in esse non quello che è locale, ma quello che è comune».

 

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