di PierPaolo Voci  –  www.shapebureau.com

Cerchiamo di capire nel dettaglio il ruolo che la Bauhaus – mitica scuola di design e architettura fondata dall’architetto tedesco Walter Gropius cento anni fa – ha  avuto in questi ambiti. Cambiano le circostanze, si strappano pagine di calendario, cambia la gente e cambia la società. L’uomo si ritrova in un turbinio di mutamenti, diviso a metà tra ragione e sentimento.  Se da un lato l’industrializzazione tracciava, agli inizi del XX secolo, nuove tappe di questo percorso, dall’altro – con la produzione in serie – faceva sentire l’uomo più lontano da sé stesso. «Se dovessimo rifiutare il mondo che ci circonda, la sola soluzione resterebbe un’isola romantica. Se invece vogliamo rimanere in questo mondo allora le forme delle nostre creazioni assumeranno ancora di più il suo ritmo»: con questa affermazione Gropius sottolineava che una bella forma se non si adatta al suo contenuto non serve a nulla. Dunque, a società cambiata, forma nuova.

Cos’è la Bauhaus?

In un periodo in cui la geometrizzazione dello spazio diventa, quasi paradossalmente,  un’esigenza per andare oltre la realtà del momento, nasce la scuola che influenzerà gran parte dell’architettura, del design e della grafica del XX secolo. La scuola del Bauhaus nasce nel 1919 quando Walter Gropius, divenuto direttore della Scuola d’arte applicata di Weimar, avviò un processo di trasformazione e modernizzazione della stessa, basato sulla progettazione. Nonostante la storia travagliata, dovuta a questioni sia di natura politica (per l’ideologia liberale e innovativa in contrasto con il regime nazista) sia per dissapori interni tra i vari docenti che vi insegnarono, la scuola ha avuto il merito di affrontare lucidamente i grandi temi della progettazione moderna: il rapporto tra arte e tecnica, tra artigianato e industria, tra creatività individuale e società di massa. Gropius si pose infatti l’obiettivo di unificare arte e tecnica, tanto che nell’organizzazione didattica aveva previsto corsi diretti da un artista e da un mastro artigiano.

La necessità di mettere da parte la futilità per far emergere l’essenza delle cose. È questo lo scopo che si prefigge questa nuova ideologia.

Theo Van Doesburg, fondatore della rivista d’architettura e arte «De Stijl», nel 1920 visitò la scuola di Weimar e decise di trasferirsi nella città per dar vita a un corso privato impostato sui principi del De Stijl (Neoplasticismo). L’influsso del movimento neoplastico olandese impresse alla scuola una forte spinta al cambiamento che si concretizzò nell’abbandono della fase espressionistica e nell’avvicinamento alla sfera dell’industria. Intrapresa la via del cambiamento, la scuola si spinse perfino a cambiare il proprio motto nel 1922: da “Arte e artigianato, una nuova unità” diventa “Arte e tecnica, una nuova unità”. Non solo all’industria, ma come già accennato, l’esigenza da soddisfare era quella di avvicinarsi alla società e utilizzare l’arte, progettando le cose “in funzione della loro funzione”, non dimenticando quindi di dar valore ai problemi della collettività, in urbanistica e architettura, quanto in ogni altro ambito. Non a caso all’interno della Bauhaus venivano utilizzati materiali economici, come compensato e metallo.

Ovviamente, in tutto ciò era radicato l’eterno conflitto, tra una rigorosa ragione tecnica e scientifica e la forte inclinazione a uno spiritualismo che sfociava in un atteggiamento mistico: chi portava avanti un tipo di insegnamento basato su studi scientifici e chi (in particolare Itten, Klee e Kandinskij) criticava questo approccio, che a loro avviso trascurava gli effetti soggettivi, dando ai loro corsi un’impronta più creativa.

Nel 1925 la scuola si spostò a Dessau, in una nuova sede modernissima progettata dallo stesso Gropius; e di lì, dopo che la direzione passò a Hannes Meyer e, da ultimo a Mies van der Rohe, dovette trasferirsi a Berlino, dove infine nel 1933 fu costretta a chiudere non potendo continuare il proprio lavoro a causa dell’ostilità del regime nazista salito ormai al potere.­