di Rosalba Paletta

 

“Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”. Massime di questo genere rendono immortale il passaggio terreno di alcuni uomini, capaci di lasciare un segno dirompente sulla tela delle loro vite o, come diceva in altri termini Papa Wojtyla, capaci di prendere le proprie vite in mano e farne “un capolavoro!”.  È il caso di Gandhi, all’anagrafe Mohandas Karamchand Gandhi, nato il 2 ottobre del 1869 a Portmanbar, una città di pescatori sulla costa occidentale dell’India, il cui esempio ha ispirato grandi leader della terra come Martin Luther King, Nelson Mandela, Aung San Suu Kyi, diversi altri movimenti pacifisti, ecologisti, per i diritti civili, a partire dagli anni ‘60 del XX secolo, e non smette ancora oggi di affascinare e ispirare ad ogni latitudine.

Ad oltre 70 anni dalla morte, rappresenta un carismatico modello di orientamento, forza e resilienza, capace di dare – con il suo messaggio – risposte  alle più controverse questioni personali, sociali, politiche, religiose.  Un messaggio che si nutre di una logica pura, limpida, cristallina: quella della non violenza. Una risposta unica e sola alle istanze più svariate del caso,tanto semplice, quanto impegnativa nella pratica, in cui è riassunto il senso di una intera vita: “Ogni volta che ti trovi a fronteggiare qualcuno, conquistalo con l’amore”.

Non violenza e perdono furono per Ghandi fari di ineguagliabile luminosità, dai quali – sosteneva – non bisogna mai discostarsi lungo il cammino della vita, se si vuole evitare di perdere di vista la verità. Affermava infatti: “Chi segue il cammino della verità non inciampa”. Ma ciò che rese davvero il suo messaggio potente, al punto da farne strumento di indipendenza per la sua nazione, fu l’aver mostrato la potenza della non violenza quando da attitudine personale, frutto di impegno e pratica quotidiana, si trasforma in pratica collettiva, in strumento di lotta per un risultato, un progetto politico.

Era avvocato di formazione e condusse la sue prime battaglie in Sud Africa, al servizio della lotta contro la discriminazione razziale, prima di tornare in India. La sua vita fu una testimonianza forte e resiliente di quanto aveva teorizzato: “Il genere umano – scriveva – può liberarsi della violenza soltanto ricorrendo alla non violenza. L’odio può essere sconfitto soltanto con l’amore. Rispondendo all’odio con l’odio non si fa altro che accrescere la grandezza e la profondità dell’odio stesso”.

È  stato il principale teorico del Satyagraha, ovvero la resistenza all’oppressione tramite la disobbedienza civile di massa, secondo il principio di origine indiana e buddista dell’ahimsa. L’espressione è tradotta di solito come “resistenza passiva”, ma il suo significato letterale – secondo l’Enciclopedia Treccani – è “insistenza per la verità”. Tale teoria era alla base della prassi della disobbedienza civile e veniva integrata dall’altro principio, di origine indiana e buddista, dell’ahimsa o, appunto, non-violenza”. Un metodo di lotta politica che consiste nel rifiuto di ogni atto di violenza (anche e soprattutto nei confronti degli interlocutori politici e sociali con i quali si è in contrasto), nella disobbedienza agli ordini militari (con l’obiezione di coscienza), e trova espressione in azioni come disobbedienza civile, boicottaggio, non-collaborazione (resistenza non violenta), scioperi della fame e difesa passiva a oltranza. Le sole “armi” di cui Gandhi fece ampio uso per tracciare il destino della sua India, che oggi lo celebra come padre della nazione: il giorno della sua nascita, il 2 ottobre, è festa nazionale oltre che Giornata internazionale della non-violenza secondo le Nazioni Unite.

La fede incrollabile nella pace era la sua arma più potente: l’indipendenza della sua gente dal potere britannico fu per lui la sola causa per la quale fosse disposto a morire, “nella certezza assoluta – però – che non vi fosse neppure una motivazione per la quale fosse disposto a uccidere”. Neppure gli scontri in nome della propria religione, il cui profondo anelito alla verità lo portò a guardare sempre anche alle altre con lo stesso rispetto con cui guardava al suo credo. Per questo ricevette l’appellativo “Mahatma”, ovvero “la grande Anima” dal poeta bengalese, Nobel per la Letteratura nel 1913, Rabindranath Tagore.

Dopo averla conquistata con la forza della verità e la non violenza, Gandhi non prese parte alle celebrazioni per l’indipendenza indiana, perché la separazione tra India e Pakistan su basi religiose fu per lui una grande sconfitta. Aveva sempre sostenuto che il fanatismo ideologico fosse lo spettro da cui difendere la sua gente e il gesto estremo che lo portò alla morte per mano di un giornalista indù, alla testa di un complotto, lo comprovò: non gli aveva perdonato la sua azione per la riconciliazione religiosa e la sua apertura ai musulmani. Gandhi, che era di religione indù, fu considerato dai fondamentalisti di entrambe le parti come un traditore. La sua lettura dei fatti era illuminata da una logica ben diversa: “La vera felicità di un uomo sta nell’accontentarsi. Chi sia insoddisfatto per quanto possieda, diventa schiavo dei suoi desideri”. Il fondamentalismo, religioso, politico e non solo, è ancora oggi un pesante ostacolo per tanti processi di pacifica e sostenibile convivenza.

In Italia non sono mancati  esponenti di grande spessore del pensiero non violento che hanno tratto dall’ispirazione a Gandhi una grande motivazione: da Aldo Capitini (detto il “Gandhi italiano”, a cui si deve il neologismo “nonviolenza” scritto senza spazio fra le due parole, a testimoniare un nuovo modo di vedere la vita e la pratica pacifista), a Danilo Dolci che ne fece il Verbo del suo messaggio pedagogico. Nell’attualità un uomo di pace, mentore e influencer che ispira molte delle sue azioni e dei suoi programmi alla ricerca della pace, è Patrizio Paoletti, il quale con il suo metodo OMM (The One Minute Meditation) definisce la pace non come “assenza di guerra, ma come stato interiore dell’essere”, come “un’emozione primaria”, “una scelta”, da costruire dentro di sé giorno dopo giorno mediante la pratica della meditazione.

Perché, come avrebbe ripetuto oggi il Mahatma: “Mantieni i tuoi pensieri positivi, perché i tuoi pensieri diventano parole. Mantieni le tue parole positive, perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti. Mantieni i tuoi comportamenti positivi, perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini.Mantieni le tue abitudini positive, perché le tue abitudini diventano i tuoi valori. Mantieni i tuoi valori positivi, perché i tuoi valori diventano il tuo destino”.