di Giulia De Sensi

 

Oltre ad occuparsi degli aspetti sanitari della pandemia, la ricerca in questi mesi si è interessata anche di monitorare i mutamenti intervenuti nella sfera individuale e soggettiva degli italiani; in particolare, dato l’istaurarsi di una condizione inedita e improvvisa di forzata “clausura”, è stata data attenzione alla diversa percezione degli spazi, come è cambiato il modo in cui noi tutti li abbiamo vissuti e “riempiti” non avendo più a disposizione la possibilità di spostarci.

Ha ricevuto il plauso della American Association of Geographers, per aver avuto il merito di rilevare questo aspetto, lo studio di ambito geografico e antropologico denominato “Il mio spazio vissuto”, partito dall’idea di un gruppo di ricercatori composto da Francesco De Pascale (CNR-IRPI), Giovanni Gugg (Università di Napoli “Federico II”), Stefano Montes (Università di Palermo), Gaetano Sabato (Università di Catania). L’iniziativa è stata sostenuta anche da diversi docenti universitari tra cui, Fausto Marincioni (Università Politecnica delle Marche), Vito Teti (Università della Calabria), Chiara Rabbiosi (Università di Padova). Prendendo le mosse dagli studi del geografo francese Armand Frémont, appena scomparso, la ricerca si è proposta lo scopo di raccogliere le testimonianze dei cittadini che hanno vissuto il periodo di quarantena all’interno degli spazi quotidiani della propria abitazione, creando, secondo le parole dei rappresentanti dell’American Association of Geographers, una “mappatura delle interazioni e delle esperienze sociali durante questa bizzarra crisi della salute pubblica grazie alla quale questo lavoro contribuirà notevolmente a comprendere la storia sociale e del presente, condivisa, relativa a questa pandemia”. Lo studio è stato effettuato tramite la raccolta di brevi riflessioni, non superiori a 350 parole, attraverso le quali è stato richiesto ai soggetti in isolamento di esporre, per mezzo di racconti o narrazioni, le modalità nelle quali sono entrati in relazione quotidianamente con il proprio spazio vissuto, all’interno delle mura domestiche. «I testi – dichiara Francesco De Pascale – dovevano essere incentrati su alcuni temi fondamentali: le attività più significative svolte dal testimone all’interno del proprio spazio vissuto; la tipologia di interazioni con coloro che hanno condiviso con lui la stessa abitazione o stabile (partner, amici, coinquilini, etc.); come il testimone definisce lo spazio utilizzato; quali percezioni prevalgono su altre in quello spazio (visiva, sonora); se in casa era possibile interagire fisicamente con l’esterno solo affacciandoci dalla finestra, allungando lo sguardo sul paesaggio circostante, “riempiendolo” con il suono; infine con quali altri mezzi era possibile comunicare con l’esterno (solo attraverso il proprio balcone di casa, al telefono, via e-mail, internet, social network ecc.)».

I testi hanno rilevato una situazione multiforme, in cui sul disagio, sulla noia, sul doversi “arrangiare” in una situazione difficile, paradossalmente prevalgono spesso la gioia di ritrovare non solo la vicinanza degli affetti più cari ma anche se stessi, nella propria sfera più intima, in una dimensione che la quotidianità della vita precedente pregiudicava. È  possibile leggere le testimonianze selezionate sulla pagina on-line della rivista “Il Sileno”, edita da Il Sileno Edizioni (publishing director Francesco De Pascale, editor Valeria Dattilo) e coordinata da Franco Bilotta; e su una mappa costruita appositamente dal geografo Charles Travis (Trinity College Dublino), contenente anche video e immagini, che ha già raggiunto oltre 2.000 visualizzazioni. Tra le testimonianze ricevute anche quella dell’antropologo Massimo Canevacci e di uno dei massimi esperti al mondo di disastri, David Alexander.