di Maria Antonia Danieli

A quasi 90 anni Clint Eastwood torna a firmare la regia e la produzione di un nuovo film, Richard Jewell, che sulla base della sceneggiatura di Billy Ray racconta la storia vera di quest’uomo statunitense, Richard Jewell appunto, interpretato da Paul Walter Hauser, il quale mentre prestava servizio come guardia di sicurezza per la AT&T, durante le Olimpiadi estive del 1996 tenutesi ad Atlanta, in Georgia, scoprì uno zaino contenente tre bombe. Avvisando celermente la polizia, Jewell riuscì a limitare i danni di questa esplosione che provocò due morti e un centinaio di feriti, raccontataci da Eastwood attraverso una delle sequenze più curate e interessanti del film. Jewell venne celebrato da tutti gli USA come un eroe nazionale. La sua notorietà sarà destinata però a durare molto poco: dopo pochi giorni infatti l’uomo verrà accusato dallo Stato americano di essere il colpevole dell’attentato terroristico e sarà vittima di continue accuse da parte dell’FBI, primo fra tutti l’agente Shaw, interpretato da Jon Hamm, e dei media, rappresentati dai giornali e dalla tv onnipresenti in tutto il film. Seguirà una battaglia condotta da Jewell insieme al suo avvocato Watson Bryant interpretato da Sam Rockwell, e alla madre Bobi, una bravissima Kathy Bates, che non a caso è stata candidata come miglior attrice non protagonista alla scorsa edizione degli Oscar. Soltanto dopo una lunga battaglia Richard verrà dichiarato innocente e riuscirà a conquistare il tanto agognato distintivo da poliziotto.

Eastwood torna perciò ad interrogarsi su alcuni dei temi cari al suo cinema, primo fra tutti quello dell’eroe, figura fondamentale già in film precedenti quali American Sniper (Eastwood, 2014) e Sully (Eastwood, 2016). In Richard Jewell  l’eroe è rappresentato da una persona mediocre, un americano bianco, obeso, che vive ancora con la madre e cerca da tempo, senza risultati, di entrare a far parte delle forze dell’ordine. Ben presto i media e l’FBI si accorgono che il profilo di Richard più che all’eroe corrisponde al profilo del falso eroe, del bombardiere solitario. Inizia perciò la guerra mediatica: ogni movimento, ogni parola di Jewell sono sotto una lente d’ingrandimento, finendo sui giornali o in tv.

«Lo accusano due delle forze più potenti del mondo: il governo degli Stati Uniti e i media», queste sono le parole pronunciate dall’avvocato dell’uomo durante la conferenza stampa davanti a centinaia di giornalisti e decine di telecamere. Tanti sono gli occhi puntati contro l’avvocato e la madre di Jewell: quelli meccanici delle telecamere e della macchina da presa e quelli biologici dei giornalisti, come quelli commossi della reporter arrivista poi pentita Kathy Scruggs, interpretata da Olivia Wilde, giornalista dell’Atlanta Journal-Constitution, che firmò il primo articolo che dichiarava Jewell il principale sospettato dell’attentato terroristico del 1996. È davanti questi tanti occhi, compresi quelli dello spettatore, che Kathy Bates ci regala una performance degna di nota, nel suo ruolo di madre che chiede all’allora presidente Clinton di scagionare suo figlio, un appello accorato che rimarrà però inascoltato proprio dal Presidente che avrebbe dovuto schierarsi al fianco dei più deboli.

La critica all’America, ai valori dell’americanità che sono stati ormai traditi è fondamentale negli ultimi film di Eastwood ed è qui preponderante. Lo Stato è diverso dalle persone che esercitano il potere, ce lo dice chiaramente il regista ancora una volta attraverso le parole dell’avvocato di Jewell. Ciò che è protagonista non è altro che il potere: potere dei media e potere del governo che si scagliano senza posa contro il singolo individuo. Jewell crede ciecamente nella legge e nell’ordine, nel rispetto per l’autorità e tale fiducia vacilla venendo inevitabilmente meno nei tanti uomini comuni costretti a combattere contro lo Stato e i suoi rappresentanti: è questa una delle tante amare riflessioni che il film ci consegna.

«Volevo che il mondo sapesse la verità»: queste le parole di Clint Eastwood nel trailer del film.Si capisce come la verità e la sua ricerca vadano ad investire un ruolo fondamentale in tutto il film. Verità che non appartiene né ai rappresentanti dello Stato né tantomeno ai media ma all’individuo dotato di umanità: questa è la lezione ultima del film.