di Giusy Armone

 

È l’8 aprile 2005. Il vento fa frusciare la carta del Libro su cui si è retto il pontificato, scompiglia i pensieri, spagina i capitoli di un’esistenza che si affaccia alla vita il 18 maggio 1920 a Wadowice, in Polonia. Karol Józef Wojtyła – Karol come suo padre e Josef come il maresciallo che sconfisse l’Armata Rossa di Lenin nella guerra per l’indipendenza polacca – nacque in una famiglia donata completamente a Dio ma piagata dalla malattia, e intorno ai vent’anni si ritrovò solo. Questo nutrì i suoi sentimenti più nobili, non gli impedì di coltivare passioni speciali e di avere un ruolo importante nella comunità ebraica polacca ai tempi della guerra, delle invasioni naziste e comuniste che avevano raso al suolo i simboli religiosi. Il suo vigore e la sua infaticabilità furono chiari fin da subito ed emersero nelle sfaccettature della sua personalità: Karol filosofo, teologo, politico, e ancora poeta, attore, scrittore, uomo di fede, pontefice. Tanto materiale umano ed intellettuale che, proprio perché impiegato a tutto campo, ancora oggi sorprende e solleva critiche sulla sua permeabilità a teorie di stampo troppo politico, capitalistico. Detrattori a parte, Karol Józef Wojtyła divenuto papa Giovanni Paolo II il 16 ottobre 1978, resta una delle figure di riferimento del XX secolo, il traghettatore dell’umanità verso il nuovo millennio, come l’ha definito qualcuno. Quest’anno ricorrono i cento anni dalla sua nascita ed i quindici dalla morte.

La sensazione che prevale leggendo le sue biografie è la straordinaria semplicità, la grande voglia di difendere i valori più belli in un’epoca travagliata dalle prevaricazioni e dal dolore. Fu un uomo dalla grande umanità. Terminati gli studi superiori si iscrisse all’università di Jagellonica di Cracovia, che però chiuse un anno dopo a causa dell’occupazione nazista. Da quel momento il lavoro nella cava e nella fabbrica chimica che gli consentì di mantenersi ed evitare la deportazione in Germania, e l’attività teatrale (clandestina) come atto di resistenza culturale. Sullo sfondo ci fu sempre la convinzione che solo il cristianesimo potesse rappresentare la forza di liberazione dell’uomo e dei popoli. E così la spinta verso Dio – frutto anche dell’educazione cristiana impartitagli – divenne sempre più forte e lo condusse al seminario maggiore di Cracovia. C’è un episodio che pare abbia dato ancora più energia al suo impulso mistico: nel febbraio 1944, di ritorno a casa dal lavoro nella cava, un camion tedesco lo investì procurandogli due settimane di ospedale per un trauma cranico, delle escoriazioni ed una ferita alla spalla. Esservi sopravvissuto gli diede conferma della bontà della sua vocazione. Di lì a poco sarebbero iniziati i moti insurrezionali antitedeschi della II Guerra mondiale, la Rivolta di Varsavia di agosto, e le deportazioni ad opera della Gestapo. Scampatovi, Karol si rifugiò nell’arcivescovado fino alla fine della guerra e quando nel ’45 i tedeschi abbandonarono la città, fu uno dei seminaristi che risollevarono dalle macerie il vecchio seminario.

Il suo servizio ecclesiastico inizia con l’ordinazione a presbitero a Cracovia e passa per la docenza all’Università Cattolica di Lublino, l’episcopato che lo vide anche partecipare ai lavori del Concilio Vaticano II contribuendo alla stesura dei suoi documenti più importanti, Dignitatis Humanae e Gaudium et Spes, oltre che proseguire la sua opposizione al regime comunista, e poi la formazione a cardinale e la partecipazione al conclave dell’agosto 1978 che elesse Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I. Nessuno, in quel momento, si sarebbe aspettato un secondo conclave dopo soli due mesi per la morte prematura dell’appena eletto Papa, ma fu proprio in quella sede che la fumata bianca del comignolo della cappella Sistina comunicò al mondo la scelta del successore, il primo pontefice non italiano dopo 455 anni: Karol Wojtyła. Raccogliendo il testimone di Luciani, papa Giovanni Paolo II si affacciò dalla loggia della basilica di San Pietro pronunciando la celebre frase che lo legò subito al cuore di tutti: “Se mi sbaglio, mi corriggerete!”.

Il suo ministero petrino è da record: centinaia tra encicliche, esortazioni, lettere apostoliche, interventi minori; 18 milioni di parole in 80 mila pagine di discorsi; 300 milioni di persone incontrate; 17 milioni di presenze in Vaticano per le udienze pubbliche e 1475 capi di Stato in quelle private. Per non parlare di quanto i numeri si moltiplichino nel rimbalzo crossmediale voluto da lui, prima ancora della diffusione dei social. Anche la sua sportività è storia. Lo è anche la forza con cui perdonò il suo attentatore turco e l’abbraccio con cui riunì i giovani del mondo istituendo le Giornate Mondiali della Gioventù. La salute purtroppo non lo assistette negli ultimi anni, segnati dalla sofferenza fisica che apparve a tutti evidente poiché egli continuò, nonostante tutto, la sua missione pastorale. Il suo pontificato – il terzo più lungo della storia dopo quelli di Pietro apostolo dal 33 al 67, e Pio IX dal 1846 al 1878 – finì dopo 26 anni e mezzo, quella sera del 2 aprile di quindici anni fa. Erano le 21.37. All’annuncio della sua dipartita, in una piazza San Pietro già gremita di fedeli giunti da ogni dove per pregare, sembrò che il mondo intero si fosse fermato.

Il vento rimescola i ricordi. Si agitano ancora le pagine del Vangelo. «Il vento di Dio spira dove vuole», disse in un viaggio a Cuba nel 1997. L’8 aprile del 2005 quel vento accarezzò l’umile cassa di cipresso che giaceva sulla terra del sagrato di San Pietro. Papa Giovanni Paolo II fu lì per l’ultima volta, mentre la folla ne chiedeva la canonizzazione immediata: “Santo Subito!”.