Il 9 maggio si celebra la festa d’Europa. La data scelta ricorda il giorno del 1950 in cui Robert Schuman fece la Dichiarazione che diede inizio al processo di integrazione fra i paesi aderenti

di Egidio Chiarella

l 9 maggio 1950 il consiglio dei ministri in Francia si chiuse con l’approvazione della proposta del ministro francese Robert Schuman per la costruzione della comunità del carbone e dell’acciaio. Il voto fu a favore e unanime. La Germania ne condivise da subito l’idea, alla quale seguirono Italia; Belgio; Olanda e Lussemburgo. Alla conferenza stampa che seguì, Schuman lesse la sua dichiarazione, ancora oggi di grande attualità, che proponeva il senso di una Europa in cammino verso una sua completa e graduale realizzazione: «La pace mondiale non potrebbe essere salvaguardata senza sforzi proporzionali ai pericoli che la minacciano. L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto». Nello stesso giorno il presidente Alcide De Gaspari venne informato della importante questione dall’ambasciatore italiano a Parigi, Pietro Quaroni. L’adesione immediata alla C.E.C.A (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), rappresentò per l’Italia non solo una adesione economico-politica, ma anche culturale, spirituale e storico-cristiana. Cresceva infatti anche tra gli italiani, come nelle altre nazioni, la convinzione che fosse giunto il momento di avviare un progetto ambizioso, indispensabile per il benessere e la pace di una comunità di cinquecento milioni di persone. Una idea senza precedenti volta a ricostituire gli equilibri internazionali ed intercontinentali e schiudere nuovi orizzonti di progresso economico e sociale.

I suoi padri fondatori furono, assieme allo stesso Robert Schuman,il primo Cancelliere della Repubblica federale di Germania Konrad Adenauer. Il politico lussemburghese Joseph Bech. L’ultimo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia e primo della Repubblica Alcide De Gasperi. Il consigliere economico francese, Jean Monnet. Lo statista belga Paul-Henri Spaak. L’intellettuale antifascista Altiero Spinelli. Quest’ultimo agli inizi degli anni Quaranta del secolo scorso, assieme ad altri prigionieri politici confinati dal regime fascista sull’isola di Ventotene, improntò il profilo dell’Europa federale. Fu il momento decisivo in cui nacque l’importante Manifesto di Ventotene. Seguì di riflesso un anno di confronti, ragionamenti e contrapposizioni; intelligenze che si mescolavano tra di esse; deduzioni che nascevano con una base forte, durevole, potenti nella loro proiezione all’esterno. I primi fogli clandestini, improntati sui principi di base adottati, smossero nelle prime uscite la paura tra i cittadini non ancora abituati all’esposizione pubblica di quelle fonti universali fino allora represse. Esordi che si appellavano alla democrazia, alla libertà, alla legalità, alla parità di diritti tra generi, al rispetto per le minoranze religiose, da molto tempo segretamente reclamate. Una grande trepidazione intellettuale in grado finalmente di sollecitare con convinzione il benessere dei popoli e l’adesione a quella costruzione socio-economica che avrebberafforzato l’unità degli uomini.

Crescendo l’intesa, avanzava l’idea straordinaria di Europa. I semi erano già tanti da portare ai primi trattati e di conseguenza ad una serie di passaggi istituzionali edificanti e, passo dopo passo, al continente che oggi conosciamo. Maturava ormai una stabile consapevolezza che insieme si sarebbero vinte anche le battaglie più difficili, riguardanti le problematiche quotidiane in ogni settore della grande casa comune. Tre anni addietro i capi del governo italiano, francese e tedesco si sono dati appuntamento proprio a Ventotene. Sulla memoria del progetto di una grande Europa, in quel luogo generato, gli stessi si sono parlati, ascoltati, sentiti politicamente e “interiormente”. Oggi, che l’Europa subisce, assieme al resto del mondo, il comune problema causato dalla pandemia coronavirus, si è arrivati all’approvazione di un ragguardevole piano per affrontare l’emergenza, investendo venticinque miliardi nei vari settori in crisi, partendo dalla salvaguardia dell’ambiente. Ma obiettivamente serve più coesione nei momenti drammatici come la battaglia ingaggiata dall’Italia contro il Covid 19, rimasta inizialmente sola mentre gli altri popoli non erano ancora stati interessati dal nuovo pervasivo virus, se non in forma lieve. Anche la Bce dovrà ritrovare l’armonia raggiunta con Mario Draghi, uomo dalle qualità morali e professionali indiscutibili, se non si vuole cadere nel rischio della tecnocrazia e dell’economicismo che allontanano l’Istituzione dalla persona.

Il cammino verso gli Stati Uniti d’Europa va perciò sotto alcuni aspetti riformato e rimodulato; la classe politica attuale ha una grossa ed esaltante responsabilità storica in merito. Una parola sbagliata ad alcuni livelli è in grado di far crollare le borse e di riflesso bruciare la capacità protettive  finanziarie  di uno Stato. Va infine riconosciuta l’ispirazione cristiana del vecchio continente, utile per rinnovare lo spirito, la coscienza e di conseguenza le capacità progettuali in campo sociale, culturale ed economico. Il nove maggio si festeggia e assieme si riparte. Auguriamoci, allora, che tale ripartenza avvenga con presupposti incardinati sui valori del personalismo affinché non si disperda il nobile spirito europeista dei padri fondatori. Buon viaggio, nuova Europa.

L’Unione europea oggi conta 27 Stati membri (447 milioni di abitanti):

AustriaBelgioBulgariaCiproCroaziaDanimarcaEstonia,

FinlandiaFranciaGermaniaGreciaIrlandaItalia,

LettoniaLituaniaLussemburgoMaltaPaesi BassiPolonia,

PortogalloRepubblica CecaRomaniaSlovacchiaSlovenia,

SpagnaSvezia e Ungheria.

I sei Paesi fondatori dell’allora Comunità Economica Europea sono:

Belgio, Francia, Germania Ovest, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi