di Daniela Rabia

Un silenzio fatto di parole pensate, di immagini, di ricordi, di slanci in avanti e di ritorni indietro popola le pagine dell’ultimo romanzo di Giuseppe Lupo Breve storia del mio silenzio, Marsilio editore. Un silenzio interrotto dal rumore meccanico del treno che si lascia alle spalle le cime innevate dell’Appennino. Milano è una meta che racchiude in sé la speranza di salvezza a costo di fuggire dal luogo natìo, è il posto da cui arrivano prodotti preannunciati da un odore che s’imprime nella mente prima che nell’olfatto, è un trasloco, un destino o una tappa di esso, un partire anche se  «l’importante non era partire ma immaginare». Con quest’espressione l’autore ci invita a leggere con l’immaginazione tra le righe della sua narrazione facendoci spazio nel vissuto, nel passato lento, nel presente veloce, nell’ipotesi accennata di futuro.

La descrizione dei luoghi fa costantemente da cornice al racconto con la presenza fissa della neve che evoca al contempo il bianco che sbiadisce e cancella le orme percorse e lo scioglimento della soffice consistenza delle cose. La neve si trasforma in acqua, e l’acqua lascia scorrere tutto. Scorre il silenzio come scorre quel rumore in cui si nasconde «il significato di una vita che correva veloce, simile a parole bagnate dall’acqua».

Giuseppe Lupo fa immergere il lettore in una dimensione letteraria costellata dalla presenza di tanti libri citati, in un cammino nel tempo con lo sguardo rivolto all’indietro quasi ad indagare il senso delle scelte, delle soste, delle svolte. Breve storia del mio silenzio  è la storia di un bambino che a quattro anni, alla nascita della sorella, perde l’uso del linguaggio per poi ritrovarlo e fare delle parole il fulcro di un’esistenza. Un po’ perché impariamo ad amare le cose proprio dopo averle smarrite, un po’ perché ciò che ci appartiene intimamente può solo essere offuscato temporaneamente prima di tornare a splendere. C’è nel romanzo come nella vita un «tempo in cui le idee avevano la consistenza della cenere», uno in cui «ti fermi non più di un attimo e quell’attimo vale un’esistenza»  e uno in cui «aspettiamo. E nell’attesa che arrivi, transita la vita». La guida sul come accostarsi a questo testo ce la fornisce lo scrittore stesso: accarezzandolo, osservando la copertina, sfiorando il  nome dell’ autore, immaginando dove vive, cosa fa. Leggere ad occhi aperti e poi rileggere ad occhi chiusi con quanto è rimasto nell’anima, intrappolato tra il finito e il non finito.