di Iole Di Benedetto

 

“Lockdown”, sostantivo inglese che significa “confinamento”, “isolamento”, ed al contempo aggettivo che si traduce in “isolato dall’esterno per essere protetto”. Protetto, senz’altro, dalla pandemia causata dal Covid-19, come a primo impatto è dato cogliere nella trama discorsiva dell’opera della scrittrice Daniela Rabia. Ella descrive un’esperienza vissuta in questo preciso contesto storico collocato nel 2020, anno bisestile che passerà alla storia per la propria vis intrisa di beffa e dileggio verso l’essere umano. Ma l’isolamento dall’esterno, a lungo andare, rimane circoscritto unicamente alla protezione dal Covid-19 oppure si amplifica sino alla protezione dalle proprie paure, dalle proprie diffidenze, dalle nefandezze compiute dall’essere umano a causa dei propri egoismi? Lorian, studente venticinquenne neolaureato nel “clima cibernetico” del coronavirus, in cui la tesi di laurea e la proclamazione si realizzano da remoto, consuma, confinato nelle quattro mura domestiche, un suo personale “percorso” quotidiano del lockdown connotato, inizialmente, da grande spirito patriottico che lo induce a compartecipare attivamente ai primi flash mob ed a sposare senza indugi lo slogan “andrà tutto bene”.

Il giovane vive in una nuova fase “confinata” della vita, compiendo inizialmente un percorso interiore apparentemente monodirezionale, in quanto proteso alla metabolizzazione del nuovo che è entrato prepotentemente nella sua vita e nella vita di ciascuno di noi. Tale percorso “rettilineo” gli consente, per un verso, di ambientarsi nuovamente all’habitat domestico del suo nucleo familiare, da cui si era necessariamente allontanato per intraprendere gli studi universitari e, per altro verso, di limitarsi a conoscere tramite i media ciò che accade continuamente all’esterno al livello politico, economico e soprattutto sociale. Ed è proprio il quadro sociale a turbare particolarmente Lorian, – così da scomporne l’iniziale vissuto del lockdown – in quanto   progressivamente comparso ai suoi occhi in un inquietante scenario di solitudine: di coloro che vivono in trincea, di coloro che non ce l’hanno fatta, tra cui il padre di Fabio, il suo migliore amico,  e di tutti coloro che hanno dovuto subire i “confini mentali” altrui,   ancor più pericolosi e letali dei confini imposti dal virus. Ma, a ben vedere, la parola lockdown inizia con lettera “L” come Lorian e come Lorella, la bambina, simbolo della “vita”, nata in quei giorni in una famiglia del condominio di Lorian. Ed è esattamente dalla rappresentazione grafica della lettera “L” che si coglie il fulcro di questa esperienza e del percorso interiore di Daniela Rabia: come la “L”, infatti, alla traccia “rettilinea” iniziale segue una virata brusca, ad essa perpendicolare, come a significare puntualmente quanto affermato da Lorian: «La vita è quel che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti».  Nel male, ma anche nel bene.